martedì 20 novembre 2012

Lumie di Sicilia: dalla novella al dramma. di Massimo Capuozzo


Il 9 dicembre del 1910 Pirandello debuttò al teatro Metastasio di Roma con la prima rappresentazione di due atti unici Lumie di Sicilia e La morsa. Quando andarono in scena per la prima volta testi teatrali di Pirandello, la fama dello scrittore, che tra i venti e i trent'anni aveva già scritto numerosi drammi, era completamente affidata alla sua attività di narratore, come di autore di romanzi e novelle.
Lumie di Sicilia è un atto unico scritto sulla base di una novella dallo stesso titolo.
La novella fu pubblicata fra il 20 e il 25 maggio 1900 sul Marzocco ed entrò a far parte della raccolta di novelle Quand’ero matto, edita dalla Streglio di Torino nel 1902, per poi entrare nella raccolta definitiva Novelle per un anno, nel volume dal titolo Il Vecchio Dio, nell’edizione Bemporad del 1926.
La pièce teatrale fu edita nel 1911 sulla Nuova Antologia e rappresentata il 9 dicembre 1910, entrò poi a far parte della raccolta Maschere Nude del 1920. Una versione in dialetto siciliano – nelle sole battute di Micuccio e di Zia Marta – fu scritta nel 1915 e rappresentata il I luglio di quell’anno all’Arena Pacini di Catania dalla compagnia di Angelo Musco, non fu mai stampata.
La storia è quella di un’aspirante cantante, scoperta dal fidanzato paesano: ella, però, una volta preso il volo, si allontana da morale, tradizione e convenzioni del paese di origine, finendo col non esserne più degna.
Le lumie sono un frutto tipico della Sicilia simile al limone, ma anche la metafora dell’odore dei valori e delle radici da cui Teresina si è allontanata ed a cui invece Micuccio resta ancorato.
La novella, non suddivisa in blocchi tipografici, presenta un’evidente ripartizione in tre blocchi narrativi di diverse proporzioni. Il primo blocco narrativo va dall’inizio fino a «e Micuccio rimase a tentennare il capo». L’attacco in medias res descrive l’impatto del protagonista in un mondo che non è il suo a cominciare dal colloquio davanti alla porta col cameriere «impiccato in un altissimo soloino» (= colletto) che da arrogante diventa ossequioso alla notizia dei rapporti di parentela dell’ospite con la propria padrona, utilizzando quindi il rispettoso lei, salvo poi riprendere un più distaccato Voi, quando il protagonista chiarisce la propria condizione anagrafica; il contatto con la casa lussuosa della cantante Sina Marnis di cui vede solo «Una cameretta al bujo presso la cucina», da cui, però proviene l’odore delle vivande che si preparano per la cena della sera. Il secondo blocco narrativo giunge fino a «…era tempo perciò che l’antica promessa si adempisse a dispetto di chi non voleva crederci», in cui si assiste ad un relativamente lungo monologo interiore del protagonista tramite il narratore in discorso indiretto libero in cui Micuccio ricorda l’antefatto della vicenda: di come lui avesse scoperto le doti vocali di Teresina, divenuta sua fidanzata e le avesse finanziato le lezioni di canto prese in paese poi a Napoli, motivo per cui si erano separati con la promessa di un futuro matrimonio. Ma erano trascorsi cinque anni e da Teresina aveva ricevuto solo poche righe, sempre le stesse, alla fine delle lunghe lettere che periodicamente gli scriveva la madre di lei, zia Marta. Infine Micucio, ammalatosi, era stato economicamente aiutato da loro ed era andato ora a restituire il denaro inviatogli ed a sollecitare perché «l’antica promessa s’adempisse». Il terzo blocco narrativo che giunge fino alla fine ed è il più lungo dei segmenti: esso riprende in linea diretta il filo della narrazione, raccontando l’arrivo di Sina e dei convitati e l’emarginazione cui Micuccio è condannato da questa nuova vita fatta di scintillio di gioie e luci, alla quale egli sente di non appartenere. Appartato in una stanza attigua in compagnia della zia, insieme ricordano il loro mondo, fatto di piccole e semplici cose. Si accumula sempre più, soprattutto dopo la fugace comparsa della frivola Sina, il dramma psicologico di Micuccio, costretto a riconoscere la eccessiva distanza sociale fra lui e quella che era la propria fidanzata, passando attraverso la consapevolezza dell’estraneità a quella vita che non riconoscerebbe come propria, fino all’indegnità di lei, corrotta da sfarzo, successo e facili costumi. Dopo tale resoconto, Micuccio va via da sconfitto, lasciando alla zia soldi e lumie che hanno l’odore della loro terra. E mentre, seduto su di uno scalino, piange la fine delle proprie illusioni, Sina porta allegramente le lumie agli ospiti, dissacrandone il valore simbolico.

Lumie di Sicilia
— Teresina sta qui?
Il cameriere, ancora in maniche di camicia, ma già impiccato in un altissimo solino, squadrò da capo a piedi il giovanotto che gli stava davanti sul pianerottolo della scala: campagnolo all’aspetto, col bavero del pastrano ruvido rialzato fin su gli orecchi e le mani paonazze, gronchie dal freddo, che reggevano un sacchetto sudicio di qua, una vecchia valigetta di là, a contrappeso.
— Teresina? E chi è? — domandò a sua volta, inarcando le folte ciglia giunte, che parevano due baffi rasi dal labbro e appiccicati lì per non perderli.
Il giovanotto scosse prima la testa per far saltare dalla punta del naso una gocciolina di freddo, poi rispose:
— Teresina, la cantante.
— Ah, — esclamò il cameriere, con un sorriso d’ironico stupore: — Si chiama così, senz’altro, Teresina? E voi chi siete?
— C’è o non c’è? — domandò il giovanotto, corrugando le ciglia e sorsando col naso. — Ditele che c’è Micuccio e lasciatemi entrare.
— Ma non c’è nessuno a quest’ora, — rispose il cameriere, col sorriso rassegato su le labbra. — La signora Sina Marnis è ancora a teatro e...
— Anche zia Marta? — lo interruppe Micuccio.
— Ah, lei è il nipote?
E il cameriere si fece subito cerimonioso.
— Favorisca allora, favorisca. Non c’è nessuno. Anche lei a teatro, la Zia. Prima del tocco non ritorneranno. È la serata d’onore di sua... come sarebbe di lei, la signora? cugina, allora?
Micuccio restò un istante impacciato.
— Non sono... no, non sono cugino, veramente. Sono... sono Micuccio Bonavino; lei lo sa. Vengo apposta dal paese.
A questa risposta il cameriere stimò innanzi tutto conveniente ritirare illei e riprendere il voi; introdusse Micuccio in una camerette al buio presso la cucina, dove qualcuno ronfava strepitosamente, e gli disse:
— Sedete qua. Adesso porto un lume.
Micuccio guardò prima dalla parte donde veniva quel ronfo, ma non poté discernere nulla; guardò poi in cucina, dove il cuoco, assistito da un guattero, apparecchiava da cena. L’odor misto delle vivande in preparazione lo vinse: n’ebbe quasi un’ebbrietà vertiginosa: era poco men che digiuno dalla mattina; veniva dalla provincia di Messina; una notte e un giorno intero in ferrovia.
Il cameriere recò il lume, e quello che ronfava nella stanza, dietro una cortina sospesa a una funicella da una parete al l’altra, borbottò tra il sonno:
— Chi è?
— Ehi, Dorina, su! — chiamò il cameriere. — Vedi che c’è qui il signor Bonvicino.
— Bonavino, — corresse Micuccio, che stava a soffiarsi su le dita.
— Bonavino, Bonavino, conoscente della signora. Tu dormi della grossa: suonano alla porta e non senti. Io ho da apparecchiare, non posso far tutto io, capisci?, badare al cuoco che non sa, alla gente che viene.
Un ampio sonoro sbadiglio, protratto nello stiramento delle membra e terminato in un nitrito per un brividore improvviso, accolse la protesta del cameriere, il quale s’allontanò esclamando:
– E va bene!
Micuccio sorrise, e lo seguì con gli occhi, attraverso un’altra stanza in penombra, fino alla vasta sala in fondo, illuminata, dove sorgeva splendida la mensa, e restò meravigliato a contemplare, finché di nuovo il ronfo non lo fece voltare a guardar la cortina.
Il cameriere, col tovagliolo sotto il braccio, passava e ripassava, borbottando or contro Dorina che seguitava a dormire, or contro il cuoco che doveva esser nuovo, chiamato per l’avvenimento di quella sera, e lo infastidiva chiedendo di continuo spiegazioni. Micuccio, per non infastidirlo anche lui, stimò prudente ricacciarsi dentro tutte le domande che gli veniva di rivolgergli. Avrebbe poi dovuto dirgli o fargli intendere ch’era il fidanzato di Teresina, e non voleva, pur non sapendone il perché lui stesso; se non forse per questo che quel cameriere allora avrebbe dovuto trattar lui, Micuccio, da padrone, ed egli, vedendolo così disinvolto ed elegante, quantunque ancor senza marsina, non riusciva a vincere l’impaccio che già ne provava solo a pensarci. A un certo punto però, vedendolo ripassare, non seppe tenersi dal domandargli:
— Scusi... questa casa di chi è?
— Nostra, finché ci siamo, — gli rispose in fretta il cameriere.
E Micuccio rimase a tentennare il capo.
Perbacco, era vero dunque! La fortuna acciuffata. Affaroni. Quel cameriere che pareva un gran signore, il cuoco e il guattero, quella Dorina che ronfava di là: servi tutti agli ordini di Teresina. Chi l’avrebbe mai detto?
Rivedeva col pensiero la soffitta squallida, laggiù laggiù, a Messina, dove Teresina abitava con la madre. Cinque anni addietro, in quella soffitta lontana, se non fosse stato per lui, mamma e figlia sarebbero morte di fame. E l’aveva scoperto lui, lui, quel tesoro nella gola di Teresina! Ella cantava sempre, allora, come una passera dei tetti, ignara del suo tesoro: cantava per dispetto, cantava per non pensare alla miseria a cui egli cercava di sovvenire alla meglio, non ostante la guerra che gli movevano in casa i genitori, la madre specialmente. Ma poteva abbandonai Teresina in quello stato, dopo la morte del padre? Abbandonarla perché non aveva nulla, mentre lui, bene o male, un posticino ce l’aveva, di sonator di flauto nel concerto comunale? Bella ragione! E il cuore?
Ah, era stata una vera ispirazione del cielo, un suggerimento della fortuna, quel far caso alla voce di lei, quando nessuno ci badava, in quella bellissima giornata d’aprile, presso la finestra dell’abbaino che incorniciava vivo vivo l’azzurro del cielo. Teresina canticchiava un’appassionata arietta siciliana, di cui Micuccio ricordava ancora le tenere parole. Era triste Teresina, quel giorno, per la recente morte del padre e per l’ostinata opposizione dei parenti di lui; e anch’egli - ricordava era triste, tanto che gli erano spuntate le lagrime, sentendola cantare. Pure tant’altre volte l’aveva sentita, quell’arietta; ma cantata a quel modo, mai. N’era rimasto così impressionato, che il giorno appresso, senza prevenire né lei né la madre, aveva condotto con se, su nella soffitta, il direttore del concerto, suo amico. E così erano cominciate le prime lezioni di canto, e, per due anni di fila egli aveva speso per lei quasi tutto il suo stipendio: le aveva preso a nolo un pianoforte, comperate le carte di musica e qualche amichevole compenso aveva pur dato al maestro. Bei giorni lontani! Teresina ardeva tutta nel desiderio di spiccare il volo, di lanciarsi nell’avvenire che il maestro le prometteva luminoso; e, frattanto, che carezze di fuoco a lui, per dimostrargli tutta la sua gratitudine, e che sogni di felicità comune!
Zia Marta, invece, scoteva amaramente il capo: ne aveva viste tante in vita sua, povera vecchietta, che ormai non aveva più fiducia nell’avvenire: temeva per la figliola, e non voleva che ella pensasse neppure alla possibilità di togliersi da quella rassegnata miseria; e poi sapeva, sapeva ciò che costava a lui la follia di quel sogno pericoloso.
Ma né lui né Teresina le davano ascolto, e invano essa si era ribellata quando un giovane maestro compositore, avendo udito Teresina in un concerto, aveva dichiarato che sarebbe stato un vero delitto non darle migliori maestri e una compiuta educazione artistica: a Napoli, bisognava mandarla al conservatorio di Napoli a qualunque costo.
E allora lui, Micuccio, senza pensarci due volte, l’aveva rotta coi parenti, aveva venduto un poderetto lasciatogli in eredità dallo zio prete, e mandato Teresina a Napoli a compiere gli studi.
Non l’aveva più riveduta, da allora. Lettere, sì... aveva le sue lettere dal conservatorio e poi quelle di zia Marta, quando già Teresina si era lanciata nella vita artistica, contesa dai principali teatri, dopo l’esordio clamoroso al San Carlo. A piè di quelle tremule incerte lettere raspate alla meglio su la carta dalla povera vecchietta c’eran sempre due paroline di lei, di Teresina, che non aveva mai tempo di scrivere: « Caro Micuccio, confermo quanto ti dice la mamma. Sta’ sano e voglimi bene ». Eran rimasti d’accordo che egli le avrebbe lasciato cinque, sei anni di tempo per farsi strada liberamente: erano giovani entrambi e potevano aspettare. E quelle lettere, nei cinque anni già trascorsi, egli le aveva sempre mostrate a chi voleva vederle, per distruggere le calunnie che i suoi parenti scagliavano contro Teresina e la madre. Poi s’era ammalato; era stato per morire; e in quell’occasione, a sua insaputa, zia Marta e Teresina avevano inviato al suo indirizzo una buona somma di danaro: parte se n’era andata durante la malattia, ma il resto egli lo aveva strappato a viva forza dalle mani rapaci dei suoi parenti e ora, ecco, veniva a ridarlo a Teresina. Perché, denari - niente! egli non ne voleva. Non perché gli paressero elemosina, avendo egli già speso tanto per lei; ma... niente! non lo sapeva dire lui stesso, e ora più che mai, lì, in quella casa... - denari, niente! Come aveva aspettato tant’anni, poteva ancora aspettare. Che se poi denari Teresina ne aveva d’avanzo, segno che l’avvenire le si era schiuso, ed era tempo perciò che l’antica promessa s’adempisse, a dispetto di chi non voleva crederci.
Micuccio sorse in piedi, con le ciglia corrugate, come per raffermarsi in questa conclusione; si soffiò di nuovo su le mani diacce e pestò i piedi per terra.
— Freddo? — gli disse, passando, il cameriere. — Poco ci vorrà, adesso. Venite qua in cucina. Starete meglio.
Micuccio non volle seguire il consiglio del cameriere che, con quell’aria da gran signore, lo sconcertava e l’indispettiva. Si rimise a sedere e a pensare, costernato. Poco dopo, una forte scampanellata lo scosse.
- Dorina, la signora! — strillò il cameriere infilandosi in fretta e in furia la marsina, mentre correva ad aprire; ma vedendo che Micuccio stava per seguirlo, s’arrestò di botto per intimargli:
— Voi state qua; prima lasciate che la avverta.
— Ohi, ohi, ohi... — si lamentò una voce insonnolita dietro la cortina; e, poco dopo, apparve un donnone tozzo, affagottato, che strascicava una gamba e non riusciva ancora a spiccicar gli occhi, con uno scialle di lana fin sopra il naso, i capelli ritinti d’oro.
Micuccio stette a mirarla allocchito. Anche colei, sorpresa, sgranò tanto d’occhi in faccia all’estraneo.
- La signora, — ripeté Micuccio.
Allora Dorina riprese d’un subito coscienza:
— Eccomi, eccomi... — disse, togliendosi e buttando dietro la cortina lo scialle e adoperandosi con tutta la pesante persona a correr verso l’entrata.
L’apparizione di quella strega ritinta, l’intimazione del cameriere diedero a un tratto a Micuccio, avvilito, un angoscioso presentimento. Sentì la voce stridula di zia Marta:
- Di là, in sala! in sala, Dorina!
E il cameriere e Dorina gli passarono davanti, reggendo magnifiche ceste di fiori. Sporse il capo a guardare, in fondo, la sala illuminata e vide tanti signori in marsina, che parlavano confusamente. La vista gli s’annebbiò: era tanto lo stupore, tanta la commozione, che non s’accorse egli stesso che gli occhi gli si erano riempiti di lagrime: li chiuse, e in quel bujo strinse tutto in sì, quasi per resistere allo strazio che gli cagionava una lunga squillante risata. Era di Teresina? Oh Dio, e perché rideva così, di là?
Un grido represso gli fece riaprir gli occhi, e si vide davanti - irriconoscibile - zia Marta, col cappello in capo, poveretta! oppressa da una ricca splendida mantiglia di velluto.
- Come! Micuccio... tu qui?
— Zia Marta... — esclamò Micuccio, quasi impaurito, restando a contemplarla.
— Come mai! — seguitò la vecchietta, sconvolta. — Senza avvertire? Che è stato? Quando sei arrivato? Giusto questa sera... Oh Dio, Dio...
— Son venuto per... — balbettò Micuccio, non sapendo più che dire.
— Aspetta! — lo interruppe zia Marta. — Come si fa? come si fa? Vedi quanta gente, figliuolo mio? È la festa di Teresina, la sua serata... Aspetta, aspetta un po’ qua...
— Se voi, — si provò a dir Micuccio, a cui l’angoscia stringeva la gola, — se voi credete che me ne debba andare...
— No, aspetta un po’, ti dico, — s’affrettò a rispondergli la buona vecchietta tutta imbarazzata.
— Io però, — riprese Micuccio, — non saprei dove andare in questo paese... a questa ora...
Zia Marta lo lasciò, facendogli con una mano inguantata segno d’attendere, ed entrò nella sala, nella quale poco dopo a Micuccio parve si aprisse una voragine: vi s’era fatto d’improvviso silenzio. Poi Udì, chiare, distinte, queste parole di Teresina:
— Un momento, signori.
E di nuovo la vista gli s’annebbiò, nell’attesa ch’ella comparisse. Ma Teresina non comparve, e la conversazione fu ripresa nella sala. Tornò invece, dopo pochi minuti che a lui parvero eterni, zia Marta senza cappello, senza mantiglia, senza guanti, meno imbarazzata.
— Aspettiamo un po’ qua, sei contento? — gli disse. — io starò con te... Adesso si fa cena... Noi ce ne staremo qua. Dorina ci apparecchierà questo tavolino, e ceneremo insieme, qua; ci ricorderemo de’ bei tempi, eh?... Non mi par vero di trovarmi con te, figlietto mio, qua; qua, appartati... Lì, capirai, tanti signori... Lei, poverina, non può farne a meno... La carriera, m’intendi? Eh, come si fa! Li hai veduti i giornali? Cose grandi, figlio mio! Ma io... io, come sopra mare sempre... Non mi par vero che me ne possa star qua con te, stasera.
E la buona vecchietta, che aveva parlato parlato, istintivamente, per non dar tempo a Micuccio di pensare, alla fine sorrise e si stropicciò le mani, guardandolo, intenerita.
Dorina venne ad apparecchiare la tavola, in fretta, perché già di là, in sala, il pranzo era cominciato.
— Verrà? — domandò cupo, Micuccio, con voce angosciata. — Dico, per vederla almeno.
— Certo che verrà, — gli rispose subito la vecchietta, sforzandosi di vincere l’impaccio. — Appena avrà un momentino di largo: già me l’ha detto.
Si guardarono tutt’e due e si sorrisero, come se finalmente si riconoscessero. Attraverso l’impaccio e la commozione le loro anime avevano trovato la via per salutarsi con quel sorriso. « Voi siete zia Marta » - dicevano gli occhi di Micuccio. - « E tu, Micuccio, il mio caro e buon figliuolo, sempre lo stesso, poverino! » - dicevano quelli di zia Marta. Ma subito la buona vecchietta abbassò i suoi, perché Micuccio non vi leggesse altro. Si stropicciò di nuovo le mani e disse:
— Mangiamo, eh?
— Ho una fame, io! — esclamò, tutto lieto e raffidato, Micuccio.
— La croce, prima: qua posso farmela, davanti a te, — aggiunse la vecchietta con aria birichina, strizzando un occhio, e si segnò.
Il cameriere venne a offrir loro il primo servito. Micuccio stette bene attento a osservare come faceva zia Marta a trarre dal piatto la porzione. Ma quando venne la sua volta, nel levar le mani, pensò che le aveva sporche dal lungo viaggio, arrossì, si confuse, alzò gli occhi a sogguardare il cameriere, il quale, compitissimo ora, gli fece un lieve inchino col capo e un sorriso, come per invitarlo a servirsi. Fortunatamente zia Marta venne a trarlo d’impaccio.
— Qua qua, Micuccio, ti servo io.
Se la sarebbe baciata dalla gratitudine! Avuta la porzione, appena il cameriere si fu allontanato, si segnò anche lui in fretta.
— Bravo figliuolo! — gli disse zia Marta.
Ed egli si sentì beato, a posto, e si mise a mangiare come non aveva mangiato mai in vita sua, senza più pensare alle sue mani, né al cameriere.
Tuttavia, ogni qual volta questi, entrando o uscendo dalla sala, schiudeva la bussola a vetri e veniva di là come un’ondata di parole confuse o qualche scoppio di riso, egli si voltava turbato e poi guardava gli occhi dolenti e affettuosi della vecchina, quasi per leggervi una spiegazione. Ma vi leggeva invece la preghiera di non chieder nulla per il momento, di rimettere a più tardi le spiegazioni. E tutt’e due di nuovo si sorridevano e si rimettevano a mangiare e a parlare del paese lontano, d’amici e conoscenti, di cui zia Marta gli domandava notizie senza fine.
— Non bevi?
Micuccio stese la mano per prendere la bottiglia; ma, in quella, la bussola della sala si riaprì: un fruscio di seta, tre passi frettolosi, uno sbarbaglio, quasi la camerette si fosse d’un tratto violentemente illuminata, per accecarlo.
— Teresina...
E la voce gli morì sulle labbra, dallo stupore. Ah, che regina!
Col volto in fiamme, gli occhi sbarrati, la bocca aperta, egli restò a contemplarla, istupidito. Come mai ella... così? Nudo il seno, nude le spalle, le braccia nude... tutta fulgente di gemme e di stoffe... Non la vedeva, non la vedeva più come una persona viva e vera davanti a sé. Che gli diceva? Non la voce, né gli occhi, né il riso: nulla, nulla più riconosceva di lei, in quell’apparizione di sogno.
— Come va? Stai bene ora, Micuccio? Bravo, bravo... Sei stato malato, se non m’inganno... Ci rivedremo tra poco... Tanto, qui hai con te la mamma... Siamo intesi, eh?
Teresina scappò via in sala, tutta frusciante.
— Non mangi più? — domandò timorosa, poco dopo, zia Marta per rompere lo sbalordimento di Micuccio.
Questi si voltò appena a guardarla.
— Mangia, — insistette la vecchina indicandogli il piatto.
Micuccio si portò due dita al colletto affumicato e spiegazzato e se lo stirò, provandosi a trarre un lungo respiro.
— Mangiare?
E agitò più volte le dita presso il mento, come se salutasse, per significare: non mi va più, non posso. Stette ancora un pezzo silenzioso, abilito, assorto nella visione di poc’anzi, poi mormorò:
— Come s’è fatta...
E vide che zia Marta scoteva amaramente il capo e che aveva sospeso di mangiare anche lei, come se aspettasse.
— Ma neanche a pensarci più... — aggiunse poi, quasi tra sé, chiudendo gli occhi.
Vedeva ora, in quel suo buio, l’abisso che s’era aperto tra loro due. No, non era più lei - quella lì - la sua Teresina. Era tutto finito... da un pezzo, da un pezzo ed egli, sciocco, egli stupido, se n’accorgeva solo adesso. Glielo avevano detto là al paese, e lui s’era ostinato a non crederci... E ora, che figura ci faceva a star lì, in quella casa? Se tutti quei signori, se quel cameriere stesso avessero saputo che egli, Micuccio Bonavino, s’era rotte le ossa a venire di così lontano, trentasei ore di ferrovia, credendosi sul serio ancora il fidanzato di quella regina, che risate, quei signori e quel cameriere e il cuoco e il guattero e Dorina! Che risate, se Teresina lo avesse trascinato al loro cospetto, lì in sala, dicendo: « Guardate, questo poveretto sonator di flauto, dice che vuoi diventare mio marito! » Glielo aveva promesso lei stessa, è vero; ma come avrebbe potuto allora supporre che un giorno sarebbe divenuta così? Ed era anche vero, sì, che egli le aveva schiuso quella via e le aveva dato modo d’incamminarvisi; ma ecco, ella era ormai arrivata tanto, tanto lontano, che egli, rimasto lì, sempre lo stesso, a sonare il flauto le domeniche nella piazza del paese, come avrebbe più potuto raggiungerla? Neanche a pensarci... E che cos’erano poi quei pochi quattrinucci spesi allora per lei, divenuta adesso una gran signora? Si vergognava solo a pensare che qualcuno potesse sospettare che egli, con la sua venuta, volesse accampare qualche diritto per quei pochi quattrinucci miserabili. Gli sovvenne in quel punto di avere in tasca il denaro inviatogli da Teresina durante la malattia. Arrossì: ne provò onta, e si cacciò una mano nella tasca in petto della giacca, dove era il portafogli.
— Ero venuto, zia Marta, — disse in fretta, — anche per restituirvi questo denaro che mi avete mandato. Che ha voluto essere, pagamento? restituzione? Vedo che Teresina è divenuta una..., sì, mi pare una regina! vedo che... niente! neanche a pensarci più! Ma, questo denaro, no: non mi meritavo questo da lei... È finita, e non se ne parla più... ma, denari, niente! Mi dispiace solo che non sono tutti...
— Che dici, figliuolo mio? — cercò d’interromperlo, afflitta e con le lagrime agli occhi, zia Marta.
Micuccio le fe’ cenno di star zitta.
— Non li ho spesi io: li hanno spesi i miei parenti, durante la malattia, senza ch’io ne sapessi nulla. Ma vanno per quella miseria che spesi io allora... vi ricordate? Non ci pensiamo più. Qua c’è il resto. E io me ne vado.
— Ma come? Così di furia? — esclamò zia Marta, cercando di trattenerlo. — Aspetta almeno che lo dica a Teresina. Non hai sentito che voleva rivederti? Vado a dirglielo...
— No, è inutile, — le rispose Micuccio, deciso. — Lasciatela star li con quei signori; lì sta bene, al suo posto. Io, poveretto... L’ho veduta; m’è bastato... O piuttosto, andate pure... andate anche voi di là... Sentite come si ride? Io non voglio che si rida di me... Me ne vado.
Zia Marta interpretò nel peggior senso quella risoluzione improvvisa di Micuccio: come un atto di sdegno, un moto di gelosia. Le sembrava ormai, poverina, che tutti - vedendo sua figlia - dovessero d’un tratto concepire il più tristo dei sospetti, quello appunto per cui ella piangeva inconsolabile, trascinando senza requie il suo cordoglio segreto fra il tumulto di quella vita di lusso odioso che disonorava sconciamente la sua stanca vecchiaia.
— Ma io, — le scappò detto, — io ormai non posso più farle la guardia, figliuolo mio...
— Perché? — domandò allora Micuccio, leggendole a un tratto negli occhi il sospetto ch’egli non aveva ancora avuto; e si rabbujò in volto.
La vecchietta si smarrì nella sua pena e si nascose la faccia con le mani tremule, ma non riuscì a frenar l’impeto delle lagrime irrompenti.
— Sì, sì, vattene, figliuolo mio, vattene... — disse soffocata dai singhiozzi. — Non è più per te, hai ragione... Se mi aveste dato ascolto!
— Dunque, — proruppe Micuccio chinandosi su lei e strappandole a forza una mano dal volto. Ma fu tanto accorato e miserevole lo sguardo con cui ella gli chiese pietà portandosi un dito su le labbra, che egli si frenò e aggiunse con altro tono, forzandosi a parlar piano: — Ah, lei dunque, lei... lei non è più degna di me. Basta, basta, me ne vado lo stesso... anzi, tanto più, ora... Che sciocco, zia Marta: non l’avevo capito! Non piangete... Tanto, che fa? Fortuna, dicono... fortuna...
Prese la valigetta e il sacchettino di sotto la tavola, e s’avviava per uscire, quando gli venne in mente che lì, dentro il sacchetto, c’eran le belle lumìe ch’egli aveva portato a Teresina dal paese.
— Oh, guardate, zia Marta, — riprese.
Sciolse la bocca al sacchetto e, facendo riparo d’un braccio, versò quei freschi frutti fragranti sulla tavola.
— E se mi mettessi a tirare tutte queste lumìe, — soggiunse, — sulla testa di quei galantuomini là?
— Per carità, — gemette la vecchina tra le lagrime, facendogli un nuovo cenno supplichevole di tacere.
— No, niente, — riprese Micuccio, ridendo acre e rimettendosi in tasca il sacchetto vuoto. — Le avevo portate a lei; ma ora le lascio a voi sola, zia Marta.
Ne prese una e la accostò al naso di zia Marta.
— Sentite, zia Marta, sentite l’odore del nostro paese... E dire che ci ho anche pagato il dazio... Basta. A voi sola, badate bene... A lei dite così: « Buona fortuna! » a nome mio.
Riprese la valigetta e andò via. Ma per la scala, un senso d’angoscioso smarrimento lo vinse: solo, abbandonato, di notte, in una grande città sconosciuta, lontano dal suo paese; deluso, avvilito, scornato. Giunse al portone, vide che pioveva a dirotto. Non ebbe il coraggio d’avventurarsi per quelle vie ignote, sotto quella pioggia Rientrò pian piano, rifece una branca di scala, poi sedette sul primo scalino e appoggiando i gomiti su le ginocchia e la testa tra le mani, si mise a piangere silenziosamente.
Sul finir della cena, Sina Marnis fece un’altra comparsa nella cameretta. Vi trovò la mamma che piangeva anche lei, sola, mentre di là quei signori schiamazzavano e ridevano.
— È andato via? — domandò, sorpresa.
Zia Marta accennò di sì col capo, senza guardarla. Sina fissò gli occhi nel vuoto, assorta, poi sospirò:
— Poverino...
Ma subito dopo le venne di sorridere.
— Guarda, — le disse la madre, senza frenar più le lagrime col tovagliolo. — Ti aveva portato le lumìe...
— Oh, belle! — esclamò Sina, con un balzo. Strinse un braccio alla vita e ne prese con l’altra mano quanto più poteva portarne.
— No, di là no! — protestò vivamente la madre. Ma Sina scrollò le spalle e corse in sala gridando:
— Lumìe di Sicilia! Lumìe di Sicilia!

Migliore efficacia ha invece il testo teatrale che si svolge senza segmentazione scenica nel tempo reale di una notte, in una città dell’Italia settentrionale, ubicazione soltanto intuita nella novella. Per ovvie esigenze teatrali, la messa in scena tende a ridursi alla sola rappresentazione dei segmenti 1 e 3, cosa comunque abbastanza agevole data l’unità di tempo, luogo e azione presente nella novella fonte e la già fitta presenza di  battute dialogiche in discorso diretto. L’antefatto della storia è poi recuperato attraverso il dialogo dei personaggi, che aiuta anche a meglio inquadrare le figure dei camerieri, con le loro domande maliziose e ironiche.
Si è già detto dell’ulteriore unificazione spazio-temporale dovuta alle esigenze sceniche, ed alla più precisa caratterizzazione dei camerieri, in particolare di Dorina che, presentata come addormentata nella novella, nella commedia sostituisce il compagno in parte delle sue funzioni.
Le parti narrative della novella sono inoltre utilizzate quasi in toto, per formare il tessuto delle didascalie. Ma tanto più interessante è la trasformazione del personaggio Micuccio. Tenendo, infatti, conto che questa è la seconda opera teatrale, preceduta solo da La morsa, Pirandello dovette ammettere di non essere tanto a conoscenza dei gusti del pubblico. Motivo per cui accettò volentieri suggerimenti e modifiche fatti al copione di base da Angelo Musco, che ne sarebbe stato l’interprete.
Micuccio si presenta timido ed introverso nella novella, quasi spaventato da quel bagliore di luci e di lusso da cui si sente estraneo, mentre nella commedia si presenta più audace e sicuro di se stesso, parla apertamente delle proprie aspirazioni matrimoniali nei confronti di Sina, lasciando alla storia d’amore fra i due quanto di intimo era nella novella, in parte anche a causa del doppio senso scurrile della battuta del cameriere «gliel’ha scoperta lui – la voce». Siamo più vicini al registro comico che a quello patetico. Fino al colpo di scena finale, che con la pateticità  della novella non ha nulla a che vedere, quasi a dire che il perdente non è lui. Lui che da vittima nella novella, quasi ridicolizzato dall’offerta finale che Teresina fa delle lumie agli ospiti, quasi per festeggiare la definitiva rottura con il mondo da cui proviene, nell’atto unico si fa forte della propria purezza incontaminata di cui le povere lumie sono il simbolo e portano profumo e ricordo del paese nativo a chi ad esso è rimasto fedele. Teresina non è degna di toccarle e a piangere questa volta è lei – in perfetta sintonia con le esigenze teatrali – umiliata dal gesto di disprezzo dell’uomo, dal gusto vagamente melodrammatico, che indica la condanna morale di Sina. Micuccio, disilluso ma forte della propria integrità morale, chiude dietro di sé la porta, ma questa volta da vincitore.
Ecco il testo.

Scena: In una città dell’Italia settentrionale. Oggi. La scena rappresenta una camera di passaggio, con scarsa mobilia: un tavolino, alcune sedie. L’angolo a sinistra (dell’attore) è nascosto da una cortina. Usci laterali, a destra e a sinistra. Infondo, l’uscio comune, a vetri, aperto, dà in una stanza al bujo, attraverso la quale si scorge una bussola che immette in un salone splendidamente illuminato. S’intravede in questo salone, attraverso i vetri della bussola, una sontuosa mensa apparecchiata.
È notte. La camera, al bujo. Qualcuno ronfa dietro la cortina. Poco dopo levata la tela, Ferdinando entra per l’uscio a destra con un lume in mano. E in maniche di camicia ma non ha che da indossare la marsina per essere pronto a servire in tavola. Lo segue Micuccio Bonavino; campagnuolo all’aspetto, col bavero del pastrano ruvido rialzato fin su gli orecchi, stivaloni fino al ginocchio, un sudicio sacchetto in una mano, nell’altra una vecchia valigetta e l’astuccio d’uno strumento musicale, che egli quasi non può più reggere, dalfreddo e dalla stanchezza. Appena la camera si rischiara, cessa il ronfo dietro la cortina, donde Dorina domanda:
Dorina: Chi è?
Ferdinando (posando il lume sul tavolino): Ehi! Dorina, sù! Vedi che c’è qui il signor Bonvicino.
Micuccio (scotendo la testa per far saltare dalla punta del naso una gocciolina, corregge): Bonavino, veramente.
Ferdinando: Bonavino, Bonavino.
Dorina (dalla cortina, in uno sbadiglio): E chi è?
Ferdinando: Parente della signora. (A Micuccio:) Come sarebbe di lei la signora, scusi? cugina forse?
Micuccio (imbarazzato, esitante): Ecco, veramente no: non c’è parentela Sono... sono Micuccio Bonavino; lei lo sa.
Dorina (incuriosita, sebbene ancor mezzo assonnata, uscendo fuori della cortina): Parente della signora?
Ferdinando (Stizzito): Ma che! No. Lasciami sentire: (A Micuccio:) Compaesano? Perché mi avete allora domandato se c’era «zia» Marta? (A Dorina:) Capisci? Ho creduto parente, nipote. - Io non posso ricevervi, caro mio.
Micuccio: Non potete ricevermi? Se vengo apposta dal paese!
Ferdinando: Apposta, perché?
Micuccio: Per trovarla!
Ferdinando: Ma non si viene a trovare a quest’ora. Non c’è!
Micuccio: Se il treno arriva adesso, che posso farci io? Potevo dire al treno cammina più presto? (Congiunge le mani ed esclama sorridendo, come per persuadere a una certa indulgenza:) Treno è! Arriva quando deve arrivare. - Sono in viaggio da due giorni...
Dorina (squadrandolo): E vi si vede, oh!
Micuccio: Sì, eh? molto? Come sono?
Dorina: Brutto, caro. Non v’offendete.
Ferdinando: Io non posso ricevervi. Ritornate domattina e la troverete. Adesso la signora è a teatro.
Micuccio: Ma che tornare! Dove volete che vada io adesso, di notte forestiere? Se non c’è, l’aspetto. Oh bella! Non posso aspettarla qua?
Ferdinando: Vi dico che, senza permesso...
Micuccio: Ma che permesso! Voi non mi conoscete...
Ferdinando: Appunto perché non vi conosco. Non voglio mica prendermi una sgridata per voi!
Micuccio (sorridendo con aria di sufficienza gli fa cenno di no, col dito): State tranquillo.
Dorina (a Ferdinando): Ma sì, avrà proprio testa da badare a lui, questa sera, la signora! (A Micuccio:) Vedete, caro? (Gli indica il salone in fondo, illuminato.) Ci sarà una gran festa!
Micuccio: Ah sì? Che festa?
Dorina: La serata... (sbadiglia) d’onore.
Ferdinando: E finiremo, se Dio vuole, all’alba!
Micuccio: Va bene, tanto meglio! Sono sicuro che appena Teresina mi vede...
Ferdinando (a Dorina): Capisci? La chiama così lui, Teresina, senz’altro. Mi ha domandato se stava qui «Teresina la cantante».
Micuccio: E che è? Non è cantante? Se si chiama così... Volete insegnarmelo a me, lei?
Dorina: Ma dunque la conoscete proprio bene?
Micuccio: Bene? Cresciuti insieme, da piccoli, io e lei!
Ferdinando: Che facciamo?
Dorina: E lascialo aspettare!
Micuccio (risentito): Ma sicuro che aspetto... Che vuol dire? Mica sono venuto per...
Ferdinando: Sedete pur là. Io me ne lavo le mani. Devo apparecchiare. (S’avvia al salone infondo.)
Micuccio: È bella, questa! Come se io fossi... Forse perché mi vede così, per tutto il fumo e il vento della ferrovia... Se lo dicessi a Teresina, quando ritorna dal teatro... (Ha come un dubbio, e si guarda intorno.) Questa casa, scusate, di chi è?
Dorina (osservandolo e pigliandoselo a godere): Nostra, finché ci stiamo.
Micuccio: E dunque! (Allunga di nuovo lo sguardo fino al salone:) E grande la casa?
Dorina: Così Così.
Micuccio: Quello è un salone.
Dorina: Per il ricevimento. Questa notte ci si cena.
Micuccio: Ah! E che tavolata! che luminaria!
Dorina: Bello, eh?
Micuccio (si stropiccia le mani, contentone): Dunque è vero!
Dorina: Che cosa?
Micuccio: Eh... si vede... stanno bene...
Dorina: Ma sapete chi è Sina Marnis?
Micuccio: Sina? Ah già! ora si chiama così. Me l’ha scritto zia Marta. - Teresina... sicuro... Teresina: Sina...
Dorina: Ma aspettate... ora che ci penso... voi... (Chiama Ferdinando dal salone:) Ps! Vieni, Ferdinando... Sai chi è? Quello a cui scrive sempre, lei, la madre...
Micuccio: Sa scrivere appena, poverina...
Dorina: Sì, Sì, Bonavino. Ma... Domenico! Voi vi chiamate Domenico?
Micuccio: Domenico o Micuccio, è la stessa cosa. Noi diciamo Micuccio.
Dorina: Che siete stato malato, è vero? ultimamente...
Micuccio: Terribile, sì. Per morire. Morto! Con le candele accese.
Dorina: Che la signora Marta vi mandò un vaglia? Eh, mi ricordo... Siamo andate insieme alla Posta.
Micuccio: Un vaglia, sì. E sono anche venuto per questo. L’ho qua, il denaro.
Dorina: Glielo riportate?
Micuccio (si turba): Denari, niente! Denari, non se ne deve neanche parlare! Ma, dico, staranno ancora molto a venire?
Dorina (guarda l’orologio): Eh, ci vorrà ancora... Questa sera poi, figuriamoci!
Ferdinando (ripassando, dal salone all’uscio laterale a sinistra, con stoviglie, gridando): Bene! Bravo! Bis! bis! bis!
Micuccio (sorridendo): Gran voce, eh?
Ferdinando (riavviandosi): Eh sì... anche la voce...
Micuccio (si stropiccia di nuovo le mani): Me ne posso vantare! Opera mia!
Dorina: La voce?
Micuccio: Gliel’ho scoperta io!
Dorina: Ah sì? (A Ferdinando:) Senti, Ferdinando? Gliel’ha scoperta lui - la voce.
Micuccio: Sono musicante, io.
Ferdinando: Ah! musicante? Bravo! E che sonate? La tromba?
Micuccio (nega col dito, seriamente; poi dice): No. Che tromba! L’ottavino. Sono della banda, io. La banda comunale del mio paese.
Dorina: Che si chiama... aspettate: me lo ricordo...
Micuccio: Palma Montechiaro, come volete che si chiami?
Dorina: Ah già, Palma - sì.
Ferdinando: E dunque la voce gliel’avete scoperta voi?
Dorina: Su, su, diteci come avete fatto, figliuolo! Sta’ a sentire, Ferdinando.
Micuccio (alzando le spalle): Come ho fatto! Cantava...
Dorina: E voi subito, musicante... eh?
Micuccio: No! subito, no; anzi...
Ferdinando: Vi c’è voluto del tempo?
Micuccio: Lei cantava sempre... anche per dispetto...
Dorina: Ah sì?
Ferdinando: Perché, per dispetto?
Micuccio: Per non pensare a tante cose...
Ferdinando: Che cose?
Micuccio: Dispiaceri, contrarietà, poveretta; eh sì, allora! Le era morto il padre. Io, sì, le ajutavo, lei e la madre, zia Marta. Mia madre però non voleva... e... insomma...
Dorina: Le volevate bene, dunque?
Micuccio: Io? a Teresina? Mi fate ridere! Mia madre pretendeva che la abbandonassi perché lei, poverina, non aveva nulla, orfana di padre... mentre io, bene o male, il posticino ce l’avevo, nella banda...
Ferdinando: Ma... niente niente, allora, fidanzati?
Micuccio: Non volevano i miei parenti, allora! E apposta cantava per dispetto Teresina...
Dorina: Ah! guarda, guarda... E allora voi?
Micuccio: Il cielo! Proprio posso dirlo: ispirazione del cielo! Nessuno ci aveva mai badato; neanche io. Tutt’a un tratto... una mattina...
Ferdinando: Quando si dice la fortuna!
Micuccio: Non me lo scordo più! Era una mattina d’aprile. Lei cantava alla finestra, sui tetti... Stava in soffitta, allora!
Ferdinando: Capisci?
Dorina: E zitto!
Micuccio: Che male c’è? Di quest’erba si fa il fascio...
Dorina: Ma si sa! Dunque? Cantava?
Micuccio: Centomila volte l’avevo sentita, cantata da lei, quell’arietta nostra paesana...
Dorina: Arietta?
Micuccio: Sì: una musica! Non ci avevo mai fatto caso. Ma quella mattina... Un angelo, ecco, un angelo mi parve che cantasse! Zitto zitto, senza prevenire né lei né la madre, verso sera condussi su nella soffitta il maestro della banda, che è mio amico... - Uh, amicone, per questo: Saro Malaviti... tanto buono, poveretto... - La sente... - lui è bravo, un maestro bravo... che lì a Palma lo conoscono tutti... - dice: «Ma questa è una voce di Dio!». Figuratevi che allegrezza! Presi a nolo un pianoforte, che per arrivare lassù, in soffitta... basta! Comprai le carte da musica, e subito il maestro cominciò a darle lezione... ma così... contentandosi di qualche regaluccio che potevo fargli di tanto in tanto... Che ero io? Quel che sono adesso: un poveraccio... Il pianoforte costava, le carte costavano ... e poi Teresina doveva nutrirsi bene...
Ferdinando: Eh, si sa!
Dorina: Per aver forza di cantare ...
Micuccio: Carne, ogni giorno! Me ne posso vantare!
Ferdinando: Perbacco!
Dorina: E così?
Micuccio: Comincia a imparare. E si vide fin d’allora ... Stava lassù, in cielo si può dire... e si sentiva per tutto il paese, la gran voce ... La gente... così, sotto, nella strada, a sentire... Ardeva... ardeva proprio... E quando finiva di cantare, m’afferrava per le braccia... così (afferra Ferdinando) e mi scrollava... pareva una matta... Perché lei già lo sapeva; vedeva che cosa sarebbe diventata... Il maestro poi ce lo diceva. E lei non sapeva come dimostrarmi la sua gratitudine. Zia Marta, invece, poveretta...
Dorina: Non voleva?
Micuccio: Non che non volesse; non ci credeva, ecco. Ne aveva viste tante, povera vecchia, in vita sua, che non avrebbe voluto neppure che a Teresina passasse per il capo di sollevarsi dallo stato, a cui essa da tanto tempo s’era rassegnata. Aveva paura, ecco. E poi sapeva quel che costava a me... e che i miei parenti... Ma io la ruppi con tutti, con mio padre, con mia madre, quando venne a Palma un certo maestro di fuori... che teneva concerti... uno... adesso non ricordo più come si chiama, ma nominato assai... basta! Quando questo maestro sentì Teresina e disse che sarebbe stato un peccato, un vero peccato non farle proseguire gli studii in una città, in un gran Conservatorio... io presi fuoco: la ruppi con tutti; vendetti il podere che m’aveva lasciato, morendo, un mio zio sacerdote, e mandai Teresina a Napoli, al Conservatorio.
Ferdinando: Voi?
Micuccio: Io, io.
Dorina (a Ferdinando): A sue spese, capisci?
Micuccio: Quattr’anni la mantenni agli studii. Quattro. - Non l’ho più riveduta, da allora.
Dorina: Mai?
Micuccio: Mai. Perché... perché poi si mise a cantare nei teatri, capite? di qua, di là... Preso il volo, da Napoli a Roma, da Roma a Milano ... poi in Ispagna... poi in Russia... poi qua di nuovo...
Ferdinando: Furori!
Micuccio: Eh, lo so! Ce li ho tutti lì, nella valigia, i giornali ... E qui poi ci ho anche le lettere... (cava dalla tasca in petto della giacca un mazzetto di lettere) sue e della madre... Ecco qua: queste sono parole sue, quando mi mandò il denaro, che stavo per morire: «Caro Micuccio, non ho tempo di scriverti. Ti confermo quanto ti dice la mamma. Curati, rimettiti presto e voglimi bene Teresina».
Ferdinando: E... vi mandò assai?
Dorina: Mille lire, no?
Micuccio: Mille, giù.
Ferdinando: E il vostro podere, scusate, quello che vendeste, quanto valeva?
Micuccio: Ma che poteva valere? Poco... Un pezzettino di terra...
Ferdinando (ammiccando a Dorina): Ah...
Micuccio: Ma l’ho qua, io, il danaro. Non voglio niente, io. Quel poco che ho fatto, l’ho fatto per lei. Eravamo rimasti d’accordo d’aspettare due, tre anni, perché lei si facesse strada... Zia Marta me l’ha sempre ripetuto nelle sue lettere. Dico la verità, ecco: questo danaro non me l’aspettavo. Ma se Teresina me l’ha mandato, è segno che ne ha d’avanzo, perché la strada se l’è fatta...
Ferdinando: Eh, altro! E che strada, caro voi!
Micuccio: E dunque è tempo -
Dorina: - di sposare?
Micuccio: Io sono qua.
Ferdinando: Siete venuto per sposare Sina Marnis?
Dorina: Sta’ zitto! Se c’è la promessa! Non capisci niente. Sicuro! Per sposare...
Micuccio: Io non dico niente: dico: Sono qua. Ho piantato tutto e tutti, lì a paese: la famiglia, la banda, ogni cosa. Ho litigato coi miei parenti per via di queste mille lire che arrivarono senza ch’io lo sapessi, quand’ero più morto che vivo. Ho dovuto strapparle di mano a mia madre, che se le voleva tenere, Ah, nossignori, denari, niente! Micuccio Bonavino, denari, niente! Dovunque, sia, anche in capo al mondo, io, per me, non posso perire. L’arte, ce l’ho. Ci ho là l’ottavino, e...
Dorina: Ah sì? Avete portato con voi l’ottavino?
Micuccio: E come no! Facciamo una cosa sola, io e lui!
Ferdinando: Lei canta, e lui suona. Capisci?
Micuccio: Non potrei sonare in orchestra, forse?
Ferdinando: Ma sicuro! Perché no?
Dorina: E... sonerete bene, m’immagino!
Micuccio: Così così... Suono da dieci anni...
Ferdinando: Se ci faceste sentire qualche cosa? (Va a prendere l’astuccio dello strumento.)
Dorina: Sì, sì! bravo! bravo! Fateci sentire qualche cosa!
Micuccio: Ma no! Che volete sentire? a quest’ora?
Dorina: Qualche cosina, via! Siate buono!
Ferdinando: Un pezzettino...
Micuccio: Ma no! Ma che!
Ferdinando: Non vi fate pregare! (Apre l’astuccio; ne cava lo strumento Ecco qua!
Dorina: Su, via! Per sentire..
Micuccio: Ma non è possibile... così... io solo...
Dorina: Non importa! Su! Provatevi!
Ferdinando: Altrimenti, ohé, suono io!
Micuccio: Per me, se volete... Vi suono l’arietta che cantava Teresina, in soffitta, quel giorno?
Ferdinando e Dorina: Sì! Sì! Bravo! quella!
Micuccio siede e si mette a sonare con grande serietà. Ferdinando e Dorina fanno sforzi per non ridere. Sopravvengono ad ascoltare l’altro cameriere in marsina, il cuoco, il guattero, a cui i due primi fan cenni di star serii e zitti, sentire. La sonata di Micuccio è interrotta a un tratto da un forte squillo del campanello.
Ferdinando: Oh! Ecco la signora!
Dorina (all’altro cameriere): Su, su; andate voi ad aprire! (Al cuoco e al guattero:) E voi, subito, sbrigatevi! Ha detto che vuole andare a tavola appena rientra. (Via l’altro cameriere e il cuoco e il guattero.)
Ferdinando: La mia marsina... Dove l’ho messa?
Dorina: Di là!
Indica dietro la tenda, e s’avvia di corsa. Micuccio si alza, con lo strumento in mano, smarrito. Ferdinando va a prendere la marsina, se la reca in dosso, di furia; poi, vedendo che Micuccio sta per andare anche lui dietro a Dorina, lo arresta sgarbatamente.
Ferdinando: Voi rimanete qua! Devo prima avvertire la signora.
Ferdinando, via. Micuccio resta avvilito, confuso, oppresso da un angoscioso presentimento.
La voce della zia Marta (dall’interno): Di là, Dorina! In sala! in sala!
Ferdinando, Dorina, l’altro cameriere, rientrano dall’uscio a destra e attraversano la scena, diretti al salone in fondo, reggendo magnifiche ceste di fiori, corone, ecc. Micuccio sporge il capo a guardare nel salone, e vi intravede tanti signori in marsina che parlano tra loro confusamente. Dorina rientra in gran fretta in iscena, diretta all’uscio a destra.
Micuccio (toccandole il braccio): Chi sono?
Dorina (senza fermarsi): Gli invitati!
Via. Micuccio guarda di nuovo. La vista gli si annebbia. È tanto lo stupore, tanta la commozione, che non s’accorge egli stesso che gli occhi gli si sono riempiti di lagrime. Li chiude, e si restringe in sé, quasi per resistere all’ansietà e allo strazio che gli cagiona una squillante risata: Sina Marnis ride così, di là. Dorina rientra con altre due ceste di fiori.
Dorina (senza fermarsi, diretta al salone): O che piangete?
Micuccio: Io? No... Tutta quella gente...
Entra dall’uscio a destra zia Marta col cappello in capo, oppressa, povera vecchia, da una ricca, splendida mantiglia di velluto. Appena vede Micuccio dà un grido subito represso.
Marta: Come! Micuccio... tu qua?
Micuccio (scoprendo il volto e restando, quasi impaurito, a contemplarla): Zia Marta... Oh Dio... voi, così?
Marta: Che... che mi vedi?
Micuccio: Col cappello? voi?
Marta: Ah, già... (Tentenna il capo e alza una mano. Poi, sconvolta:) Ma come mai? Senza avvertire! Che è stato?
Micuccio: Sono... sono venuto...
Marta: Giusto questa sera! Oh Dio, Dio... Aspetta... Come si fa? Come si fa? Vedi quanta gente, figliuolo mio? È la festa di Teresina...
Micuccio: Lo so.
Marta: La sua serata, capisci? Aspetta - aspetta un po’ qua...
Micuccio: Se voi... se voi credete che me ne debba andare...
Marta: No: aspetta un po’, ti dico. (S’avvia per il salone.)
Micuccio: Io però non saprei... in questo paese...
Zia Marta si volta, gli fa cenno con la mano guantata d’attendere, ed entra nel salone, ove si fa a un tratto un gran silenzio. Si odono chiare, distinte, queste parole di Sina Marnis: «Un momento, signori!». Di nuovo Micuccio si nasconde la faccia tra le mani. Ma Sina non viene. Torna invece poco dopo zia Marta, senza cappello, senza guanti, senza mantiglia, meno imbarazzata.
Marta: Eccomi qua... eccomi qua...
Micuccio: E... e Teresina?
Marta: L’ho avvisata ... gliel’ho detto... Ora, appena... appena può, un momentino... si farà vedere ... Noi, intanto, ce ne staremo un po’ qua, eh? ... sei contento?
Micuccio: Per me...
Marta: Io starò con te.
Micuccio: Ma no... se... se volete... se dovete andare di là anche voi ...
Marta:. No no... Adesso di là si cena, capisci? Ammiratori... l’impresario... La carriera, capisci? Ce ne staremo qua noi due. Dorina ci apparecchierà subito subito questo tavolino... e... e ceneremo insieme, io e tu, qui, eh? Che ne dici? Noi due soli. Ci ricorderemo de’ bei tempi... (Rientra Dorina dall’uscio a sinistra, con una tovaglia e l’occorrente per apparecchiare.) Su, su, Dorina... Qua, lesta... Per me e per questo mio caro figliuolo. Caro il mio Micuccio! Non mi par vero di trovarmi con te.
Dorina: Ecco. Intanto, seggano.
Marta (sedendo): Sì sì... Qua, così appartati... noi due soli... Lì, capirai... tanti signori... Lei, poverina, non può farne a meno... La carriera ... come si fa? Li hai veduti i giornali? Cose grandi, figlio mio! Cose grandi ... E io, sai? sono come sopra mare... Non mi par vero che me ne possa star sola con te, qua, stasera. (Si stropiccia le mani e sorride, guardandolo con occhi inteneriti.)
Micuccio (cupo, con voce angosciata): E... verrà, vi ha detto? Dico... dico per... per vederla, almeno...
Marta: Ma certo che verrà! Appena avrà un momentino di largo, non te l’ho detto? Ma anche per lei, figurati che piacere sarebbe starsene qua con noi... con te, dopo tanto tempo... Quanti anni sono? Tanti, tanti... Ah, figlio mio, mi pare jeri e mi pare un’eternità... Quante e quante cose ho visto... cose che... che non mi pajono vere. Non l’avrei creduto, se qualcuno me l’avesse detto, quando stavamo là, a Palma, che tu venivi su in soffitta... coi nidi delle rondinelle nella travatura del tetto, ti ricordi? che ci svolavano per casa... in faccia tante volte... e i miei bei vasi di basilico alla finestra... E donna Annuzza, donna Annuzza? la vicinella nostra? che ne è?
Micuccio: Eh... (Fa con due dita il segno della benedizione, per significare: Morta!)
Marta: Morta? Eh, me l’immaginavo... Vecchierella fin d’allora... più di me... Povera donn’Annuzza... col suo spicchietto d’aglio... ti ricordi? veniva con questa scusa... uno spicchietto d’aglio in prèstito, giusto quando stavamo a mandar giù un boccone... e... Poveretta! E chi sa quanti altri morti, eh? a Palma... Ma! almeno, morti, riposano là, nel nostro camposanto, coi loro parenti... Mentre io... chi sa dove lascerò io queste mie ossa... Basta... su, su... non ci pensiamo! (Viene Dorina col primo servito e s’accosta a Micuccio, perché si serva.) Oh, brava Dorina... (Micuccio guarda Dorina, poi zia Marta, confuso, impacciato; alza le mani per servirsi, vede che sono sudice dal viaggio e le riabbassa più che mai confuso.) Qua, qua, Dorina! Faccio io... Lo servo io... (Eseguisce.) Così... va bene, eh?
Micuccio: Sì, sì... grazie...
Marta (che si è servita): Ecco qua...
Micuccio (strizzando un occhio e facendo con una mano un gesto espressivo su la guancia): Uhm... Roba... roba buona...
Marta: La serata d’onore, capisci? Su, mangiamo! Ma prima... (Si fa il segno della croce.) Qua posso farmela, davanti a te ... (Micuccio si fa anche lui il segno della croce.) Bravo figliuolo! Anche tu ... Bravo il mio Micuccio, sempre lo stesso, poverino! Credi che... quando mi tocca di mangiare lì... senza potermi fare la croce... mi pare che, quel che mangio, non mi possa andar giù... Mangia, mangia!
Micuccio: Ah, ho una fame, io! Non... non mangio da due giorni, sapete!
Marta: Come! Non hai mangiato in viaggio?
Micuccio: M’ero portato da mangiare... Ce l’ho lì, nella valigia. Ma...
Marta: Ma?
Micuccio: Ve lo debbo dire? Mi... mi sono vergognato, zia Marta. Mi... mi pareva poco, e che tutti me lo dovessero guardare...
Marta: Oh, che sciocco! E sei rimasto digiuno? Su, su ... mangia, povero Micuccio mio... Sicuro che devi aver fame! Due giorni ... E bevi... su, bevi... (Gli versa da bere.)
Micuccio: Grazie... Ora bevo...
Di tratto in tratto, ogni qual volta i camerieri, entrando nella sala in fondo coi serviti o uscendone, schiudono la bussola, viene di là come un’ondata di parole confuse e scoppii di risa. Micuccio alza il capo dal piatto, turbato, e guarda gli occhi dolenti e affettuosi di zia Marta quasi per leggervi una spiegazione.
Ridono...
Marta: Già... Bevi, bevi... Ah, il buon vino nostro, Micuccio! Quanto lo desidero, sapessi! quello di «Michelà» che stava sotto di noi... Che ne è, di Michelà? che ne è?
Micuccio: Michelà? Sta bene, sta bene...
Marta: E sua figlia Luzza?
Micuccio: Ha sposato... Ha già due figliuoli...
Marta: Sì? davvero? Veniva su a trovarci, ti ricordi? sempre allegra! Oh la Luzza... guarda... guarda... ha sposato... Chi ha sposato?
Micuccio: Totò Licasi, quello del dazio, sapete?
Marta: Ah sì? Buono... E donna Mariangela, dunque, nonna? già nonna? Beata lei! Due figliuoli, hai detto?
Micuccio: Due, già ... (Si turba, a un’altra ondata di rumori dal salone.)
Marta: Non bevi?
Micuccio: Sì... ora ...
Marta: Non ci badare! Si sa, ridono: sono in tanti! Caro mio, è la vita, che vuoi? la carriera. C’è l’impresario... (Dorina si ripresenta con un nuovo servito.) Ecco, Dorina... Qua, Micuccio, il piatto... Anche questo ti piacerà. (Facendogli la porzione): Dimmi tu...
Micuccio: Fate voi, fate voi!
Marta (facendogli la porzione): Ecco, così. (Si serve anche lei. Dorina, via.)
Micuccio: Come avete imparato bene voi! Mi fate restare proprio a bocca aperta!
Marta: Per forza, figlio mio!
Micuccio: Quando v’ho vista con quella mantiglia di velluto... col cappello in capo...
Marta: Per forza! Non mi ci far pensare!
Micuccio: Lo so... eh! dovete fare la vostra comparsa! Ma se vi vedessero, se vi vedessero vestita così a Palma, zia Marta!
Marta (nascondendosi la faccia con le mani): Oh Dio mio, non mi ci far pensare, ti dico! Ci credi che... se ci penso... mi prende una vergogna! Mi guardo; dico: «Io, così?» e mi pare che sia per finta... Ma come si fa? Per forza!
Micuccio: Ma, dunque... dunque, dico, proprio ... già arrivata? Si vede! Grandezze! - La ... la pagano bene, eh?
Marta: Ah, sì ... bene...
Micuccio: Quanto per sera?
Marta: Secondo. Secondo le... le stagioni... i ... teatri, capisci? Ma, sai figlio mio? costa, eh, costa, costa pur tanto questa vita... Non c’è denari che bastino! Tanto, tanto costa, se sapessi! Se... se ne vanno come vengono... abiti, gioje... spese d’ogni genere... (S’interrompe a un forte strepito di voci nel salone in fondo.)
Voci: Dove? dove? Lo vogliamo sapere! Dove?
Voce di Sina: Un momento! Vi dico un momento!
Marta: Eccola! È lei... Viene.
Sina tutta frusciante di seta, parata splendidamente di gemme, nudo il seno, nude le spalle, le braccia, si presenta frettolosa e pare che la cameretta d’un tratto s’illumini violentemente.
Micuccio (che aveva steso la mano al bicchiere, resta col volto in fiamme, gli occhi sbarrati, la bocca aperta, abbarbagliato e istupidito, a mirare, come innanzi a un’apparizione di sogno; balbetta:) Teresina...
Sina: Micuccio? Dove sei? Ah, eccolo qua... Come va? come va? Stai bene, ora? Bravo, bravo... Sei stato malato, eh? Senti? ci rivedremo tra poco... Tanto, qua hai con te la mamma... Siamo intesi, eh? Tra poco... (Scappa via di nuovo. Micuccio rimane trasecolato, mentre nel salone scoppiano altre grida alla ricomparsa di Sina.)
Marta (dopo una lunga pausa, domanda timorosa, per rompere l’attonimento in cui egli è caduto): Non mangi più? (Micuccio la guarda sbalordito, senza comprendere.) Mangia... (Gl’indica il piatto.)
Micuccio (si porta due dita al colletto affumicato e spiegazzato e se lo tira, provandosi a trarre un lungo sospiro): Mangiare?
Agita più volte le dita presso il mento, come se salutasse, per significare: non mi va più, non posso. Sta ancora un pezzo silenzioso, avvilito, assorto nella visione or ora avuta, poi mormora
Come s’è fatta... Non... non mi è parsa vera... Tutta... tutta... così...
Accenna, senza sdegno ma con stupore, alla nudità di Sina.
Un sogno... La voce... gli occhi... Non è... non è più lei... Teresina...
Accorgendosi che zia Marta scuote mestamente il capo e che ha sospeso anche lei di mangiare, come aspettando:
Che!... Neanche... neanche a pensarci più... Tutto finito... chi sa da quanto!... E io, sciocco ... io, stupido... Me lo avevano detto al paese ... e io... mi sono rotte le ossa a ... a venire... Trentasei ore di ferrovia... per ... per fare... Per questo, il cameriere e quella là... Dorina... che risate! Io, con ...
Accosta più volte tra loro gl’indici delle due mani e sorride malinconicamente, scotendo il capo.
Ma me lo potevo figurare? Ero venuto per... perché lei, Teresina, me... me lo aveva promesso... Ma forse... eh sì!... come avrebbe potuto lei stessa allora supporre che un giorno sarebbe divenuta così? Mentre io... là ... sono rimasto... col mio ottavino ... nella piazza del paese... lei... lei tanta via ... Ma che! Neanche a pensarci più ... (Si volta, brusco, a guardare zia Marta.) Se ho fatto qualche cosa per lei, nessuno qua ora, zia Marta, deve sospettare che io, con questa mia venuta, voglia accampare...
Si turba sempre più, si leva in piedi.
Anzi, aspettate!
Si caccia una mano nella tasca in petto della giacca e ne trae il portafogli.
Ero venuto anche per questo: per restituirvi questo denaro che mi avete mandato. Vuol essere pagamento? restituzione? Che c’entrava! Vedo che Teresina è divenuta una... una regina! Vedo che... niente! neanche a pensarci più! Ma questo denaro, no! non mi meritavo questo da lei... Che c’entra! È finita, e non se ne parla più ... : ma denari, niente! denari, a me, niente! Mi dispiace solo che non sono tutti ...
Marta (tremante, afflitta, con le lagrime agli occhi): Che dici, che dici, figliuolo mio?
Micuccio (facendole segno di star zitta): Non li ho spesi io: li hanno spesi i miei parenti, durante la malattia, senza ch’io lo sapessi. Ma vanno per quei pochi quattrinucci che spesi io allora per lei... vi ricordate? Non è niente... Non ci pensiamo più. Qua c’è il resto. E io me ne vado.
Marta: Ma come! Così subito? Aspetta almeno che lo dica a Teresina. Non hai sentito che voleva rivederti? Vado ad avvertirla...
Micuccio (trattenendola a sedere): No, è inutile. Sentite!
Giunge dal salone il suono del pianoforte e un coro salace e sguajato d’operetta intonato, tra le risa, da tutti i commensali.
Lasciatela star lì... Lì sta bene, al suo posto... Io, poveretto... L’ho veduta; m’è bastato... O piuttosto... andate pure voi di là... Sentite come si ride? Io non voglio, non voglio che si rida di me... Me ne vado...
Marta (interpretando nel peggior senso quella risoluzione improvvisa di Micuccio, cioè come un atto di sdegno, un moto di gelosia, dice tra le lagrime): Ma io... io non posso più farle la guardia, figliuolo mio...
Micuccio (leggendole a un tratto negli occhi il sospetto ch’egli non ha ancora avuto, le grida, rabbujandosi in volto): Perché?
Marta (si smarrisce, si nasconde la faccia tra le mani, ma non riesce a frenar l’impeto delle lagrime irrompenti: e dice soffocata dai singhiozzi): Sì, sì, vattene, figlio mio, vattene... Non è più per te, hai ragione... Se mi aveste dato ascolto...
Micuccio (prorompendo, chino su lei, e strappandole a forza una mano dal volto): Dunque... Ah, lei dunque, lei... lei non è più degna di me? (Il coro e il suono del pianoforte séguitano nel salone.)
Marta (accenna, angosciata, piangente, di sì, di sì col capo, poi alza le mani giunte in preghiera, con atto così supplice e accorato che l’ira di Micuccio cade subito): Per carità, per carità, per pietà di me, Micuccio mio!
Micuccio: Basta, basta... Me ne vado lo stesso... Anzi, anzi... tanto più ora...
Rientra a questo punto dal salone Sina. Subito Micuccio lascia zia Marta e si volta a lei; la afferra per un braccio e se la tira davanti.
Ah, per questo, dunque... tutta... tutta così? (Accenna con schifo alla nudità.) Petto... braccia... spalle...
Marta (di nuovo, supplice, con terrore): Per pietà, Micuccio!
Micuccio: No. State tranquilla. Non le faccio niente. Me ne vado. Che sciocco, zia Marta! non lo avevo capito... - Non piangete, non piangete... - Tanto, che fa? Fortuna, anzi! Fortuna. Così dicendo, riprende la valigetta e il sacchetto e s’avvia per uscire; ma gli viene in mente che lì, dentro il sacchetto, ci sono le belle lumìe, ch’egli aveva portato a Teresina dal paese.
Oh, me ne scordavo: guardate, zia Marta... Guardate qua...
Scioglie la bocca al sacchetto e, facendo riparo d’un braccio, versa su la tavola i freschi frutti fragranti.
Sina (facendo per accorrere): Oh! Le lumìe! le lumìe!
Micuccio (subito fermandola): Tu non le toccare! Tu non devi neanche guardarle da lontano!
Ne prende una e la avvicina al naso di zia Marta.
Sentite, sentite l’odore del nostro paese... - E se mi mettessi a tirarle a una a una su le teste di quei galantuomini là?
Marta: No, per carità!
Micuccio: Non temete. Sono per voi sola, badate, zia Marta! Le avevo portate per lei... (Indica Sina.) E dire che ci ho anche pagato il dazio... Vede sulla tavola il danaro, tratto poc’anzi dal portafogli; lo afferra e lo caccia nel petto di Sina, che rompe in pianto.
Per te, c’è questo, ora. Qua! qua! ecco! così! E basta! - Non piangere! - Addio, zia Marta! - Buona fortuna!
Si mette in tasca il sacchetto vuoto, prende la valigia, l’astuccio dello strumento, e va via.
SIPARIO

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