domenica 4 novembre 2012

Desiderio di Montecassino e Sant'Angelo in Formis di Massimo Capuozzo

A Brigida,
amica e sorella.



Anche in Campania, come in tutte le regioni europee, non mancano episodi di questo affascinante momento dell’arte medievale.
La chiesa primitiva di Sant’Angelo in Formis presso Capua, fu fondata dai Longobardi nella seconda metà del VI secolo, dove sorgeva il Tempio di Diana Tifatina, e fu dedicata all’Arcangelo Michele. In stato di abbandono, nel 1072 fu donata ai monaci di Montecassino, che dovevano costruirvi anche un monastero.
Desiderio (1027-87), abate di Montecassino divenuto poi papa con il nome di Vittore III, a partire da quella data, riedificò ed ampliò la chiesa, dotandola degli affreschi che ne decorano l'interno e che costituiscono uno tra i più importanti e tra i meglio conservati cicli pittorici romanici d’Italia: questi affreschi, in cui, come sosteneva Silvia Dall’Orso, la “tendenza ad una narrazione più libera e corsiva” si affianca all’evidente influenza bizantina, forniscono il meglio conservato esemplare di Bibbia illustrata dell’XI secolo.
Desiderio, beneventano di nascita, fu una delle più vivaci personalità dell’epoca e svolse – oltre che un ruolo politico importante in seno alla lotta per le investiture ed in seno al crollo del potere longobardo nel mezzogiorno e della relativa affermazione del potere normanno – una sistematica azione di riorganizzazione della disciplina monastica ed una programmazione architettonica ed urbanistica che, alla luce dei risultati raggiunti in tutto il territorio circostante, maturò in un contesto di grande attività collettiva della quale egli fu il perno. Intorno a lui fiorirono straordinarie personalità della cultura: gli storici Amato di Montecassino e Leone Marsicano, il poeta-arcivescovo di Salerno Alfano, il fisico ed erudito enciclopedista Costantino Africano con i suoi allievi Attone e Giovanni, l’esperto di retorica Alberico, l’astronomo Pandolfo di Capua, lo scienziato Lorenzo di Amalfi. Grazie all’impulso dato alle attività dello scriptorium di Montecassino in questo periodo si trascrissero, e perciò si conoscono oggi, importanti testi della letteratura classica.
Nei trent'anni in cui Desiderio fu alla guida del monastero, si assistette ad un immenso sviluppo delle risorse materiali dell'abbazia. Grazie alle cospicue donazioni di terre e chiese, la Terra Sancti Benedicti raggiunse un'estensione di circa 80.000 ettari. A ciò si aggiunga l'intensa attività costruttiva di Desiderio, che avrebbe trovato la sua esplicazione più alta nella ricostruzione della basilica di S. Benedetto. L'edificio, alla cui consacrazione nel 1075 presero parte le più alte personalità del mondo politico ed ecclesiastico del momento, fu realizzato grazie anche alla cooperazione di maestranze di origine bizantina esperte nell'arte del mosaico, e, attraverso la sua proposta di recupero di una dimensione paleocristiana ed antichizzante in linea con i contenuti ideologici della Riforma, era destinato a svolgere funzione normativa per la successiva vicenda artistica del Sud della penisola.
Ma Desiderio svolse anche un ruolo politico fondamentale: negli anni del suo abbaziato, Montecassino riuscì a svolgere anche un ruolo di primo piano nel contesto politico dell'Italia meridionale, dove il tramonto della potenza longobarda, l'affermazione dei Normanni, e, in un contesto più ampio, le vicende connesse con la riforma della Chiesa e i rapporti tra questa e l'Impero, stavano creando le condizioni per un'evoluzione dei tradizionali assetti politici di quest'area. Desiderio seppe inserirsi attivamente in tale processo e assecondarlo, proponendosi tra i promotori più attivi di un'intesa tra Normanni e papato.
Fulcro degli interessi di Desiderio fu comunque sempre l'abbazia di Montecassino, che rese centro di cultura e vita spirituale, nonché uno dei più insigni monumenti della cristianità. La sua intensa attività portò Montecassino a diventare un avamposto della liturgia romana nell’Italia meridionale e la cerimonia di inaugurazione della nuova basilica nel 1071 ne fu la prova più tangibile.
Quando era diventato abate, il monastero era cadente: egli lo rinnovò dalle fondamenta, edificando in particolare una nuova basilica, la cui pianta, notevolissima per l'epoca, e rimasta praticamente invariata sino ai giorni nostri. La nuova chiesa aveva il pavimento completamente rivestito di mosaici e porte di bronzo e di argento fatte fondere a Costantinopoli. Lo splendore delle arti si affiancava ad una intensa vita monastica, con oltre duecento monaci ed una fiorente tradizione eremitica nei dintorni e ad una grande dedizione alla cultura: sotto Desiderio lo «scriptorium» monastico conobbe i vertici del suo splendore.
Divenuto papa nel 1086 con il nome di Vittore III, volle rimanere nella sua Montecassino, dove si spense il 16 settembre 1087.
In questa opera di grande ricostruzione e di operazione culturale rientra anche la Basilica di Sant’Angelo in Formis.
Il possente campanile quadrato a bifore, il cui alto basamento è costituito da materiale dell’antico Tempio di Diana, è staccato dalla Basilica fu aggiunto nel XII secolo: esso presenta una fascia inferiore in blocchi di travertino e la parte superiore in cotto.
Il portico, ricordo del nartece paleocristiano, fu realizzato su colonne con archi acuti dallo stile arabo a cinque arcate, con quella centrale molto più alta delle altre: gli affreschi delle lunette, preludio del ciclo decorativo dell’interno, raffigurano l’arcangelo Michele, la Madonna regina e degli episodi delle vite degli eremiti Antonio e Paolo.
L’architettura della Basilica, nella sua armonica completezza, appare con le caratteristiche comuni alle basiliche desideriane. Le tre navate sono divise da 14 colonne con bei capitelli corinzi di materiale di spoglio, molto facilmente provenienti dal tempio di Diana, e terminano con absidi semicircolari.
Il pavimento è in parte lo stesso dell’antico tempio di Diana e in parte medievale. Altri elementi romani, reimpiegati dopo una lavorazione che li hanno adattati alle nuove funzioni: le acquasantiere ed il fonte battesimale attestano il forte legame col passato, caratteristica comune a tutto il romanico.
Le straordinarie pitture all’interno della Basilica sono uno dei più completi cicli narrativi dell’XI secolo ed è confrontabile con le miniature realizzate nello scriptorium dell'abbazia di Monte Cassino: un programma decorativo che occupa le navate, le absidi e la controfacciata.
Sulla base del presupposto di un inizio dei lavori di costruzione avvenuto intorno al 1072, poiché gli affreschi erano eseguiti dopo l’innalzamento delle murature, è possibile ritenere che la loro stesura sia stata avviata poco dopo la fondazione dell’edificio nella zona absidale, per poi estendersi alle pareti perimetrali, alla controfacciata, e a quelle interne del cleristorio.
Gli affreschi furono probabilmente realizzati da alcune botteghe locali, che operarono ispirandosi a modelli bizantini. Va infatti osservato come l’uso di schemi bizantini, evidenziato dalla suddivisione dell’intero ciclo pittorico in pannelli mediante colonnine dipinte, e dalla disposizione delle figure all’interno dei singoli riquadri, sia attenuato da un primo, seppur timido, tentativo di caratterizzazione delle figure, reso evidente dal rosso che colora le guance dei personaggi, e dalle rughe che, con tratti fortemente marcati, ne segnano i volti.
Il contesto culturale e stilistico in cui tali botteghe operarono, risulta ancora più chiaro se si confrontano gli affreschi di Sant’Angelo in Formis con le coeve miniature di produzione cassinese e, in particolare, con quelle che ornano il codice Vat. Lat. 1202 meglio noto come Lezionario di Desiderio, donato al convento dall’abate Desiderio. Le botteghe in questione risentirono, dunque, di quel clima stilistico che affonda le sue radici nella cultura artistica bizantina, e che risulta strettamente legato alla presenza di quegli artisti bizantini, che l’abate Desiderio chiamò a lavorare nel cantiere della nuova abbazia di Montecassino.
Le scene dell'Antico Testamento delle navate laterali e quelle del Nuovo Testamento nella navata centrale, costituiscono un insieme unico, il cui legame è sottolineato dalla presenza dei Profeti[1] nei pennacchi delle arcate saldano l’antico ed il nuovo testamento e rispondono alla volontà di esplicitare e dimostrare che l’Antico Testamento non era altro che il «Nuovo coperto di un velo», come affermava Sant’Agostino.
Il tema della Concordanza tra i Testamenti negli affreschi della basilica vaticana di San Pietro, sicuramente dovette rappresentare il modello di tutte le decorazioni successive di questo genere. La disposizione delle scene in Sant’Angelo è tuttavia insolita: in genere, infatti, gli episodi dell'Antico e del Nuovo Testamento erano raffigurati entrambi nella navata centrale ciascuno su una delle pareti o su due registri sovrapposti. La disposizione di Sant’Angelo può essere dovuta invece alla volontà di far risaltare il ciclo cristologico rispetto a quello veterotestamentario: come l’Antico Testamento è ombra del Nuovo, così gli episodi che lo illustrano vanno visti nell’ombra delle navate laterali, per preparare l’osservatore alla Rivelazione, dispiegata invece nella piena luce della navata centrale.
Le pareti della navata centrale presentano scene del Nuovo Testamento su due registri, tranne per la Crocifissione e l’Ascensione, che li occupano entrambi. Le pareti delle navate laterali presentano storie dell’Antico Testamento, molto danneggiate, di cui rimangono quattordici scene, tratte dai libri della Genesi e dell'Esodo, e la storia di Gedeone, tratta dal libro dei Giudici. Al di sotto, medaglioni con i ritratti degli abati di Montecassino rivelano ancora l'influenza dei principali monumenti romani: i ritratti degli abati hanno tutto il sapore di una citazione dei ritratti dei pontefici nei tondi della basilica di San Paolo fuori le mura.
Il tema centrale svolto dagli affreschi è quello dell’abolizione dei sacrifici dell’Antico Testamento operata da Cristo per mezzo della Crocifissione: al tema si riferiscono gli episodi della cacciata dei progenitori, di Caino e Abele, di Noè, di Abramo e Isacco, la cui comprensione è facilitata dal fatto che tali scene erano ripetute spesso negli edifici e commentate altrettanto spesso nei testi. Tuttavia sono presenti anche scene meno frequenti, come quella di Gedeone, che a Sant’Angelo in Formis è per la prima volta rappresentata nell’arte monumentale, sebbene esempi precedenti possano essere rintracciati nelle illustrazioni dei manoscritti.
Il Giudizio Universale della controfacciata – con i Santi, i Beati, gli Angeli e la rappresentazione  delle pene infernali – ci dà una visione completa di un Medioevo mistico e fantastico e ricalca lo schema iconografico bizantino, particolarmente diffuso in quel periodo: anche in questo caso le scene si suddividono, infatti, in fasce sovrapposte. In alto, tra le finestre, sono raffigurati i quattro angeli con le trombe del Giudizio; nella fascia centrale vi è rappresentato Cristo Giudice con la mandorla apocalittica, tra gli Apostoli seduti sui troni; più in basso i Beati, ed infine i Dannati. Si deduce, pertanto che, basandosi sul dogma dell’Incarnazione, questo ciclo di affreschi tende ad evidenziare il piano provvidenziale di Dio per la redenzione finale e la salvezza eterna dell’umanità, attuato mediante il sacrificio di Cristo, suo figlio.
Tra le scene quella della Maiestas Domini, schema pittorico con il quale Gesù era rappresentato in trono, spesso in mandorla, è comunque uno dei brani pittorici in cui è maggiormente evidente la formazione bizantina degli autori. Essa occupa l’abside centrale e rappresenta, con chiara iconografia bizantina, Cristo in trono tra i quattro simboli degli Evangelisti, mentre, nel registro inferiore, Desiderio con l’aureola quadrata usata per distinguere i personaggi viventi, offre a Cristo il modello della chiesa, gli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele san Benedetto. Tipico dello stile bizantino è infatti lo schematismo geometrico: ciò si nota a partire dal volto e dalla raffigurazione dei panneggi, in cui la linea spezzata e i cerchi concentrici in corrispondenza delle ginocchia sono unico elemento dinamico dell'immagine. Forte è il contrasto fra le tinte: sia nel Cristo sia negli arcangeli i volti sbiancati sono ravvivati dal rosso sanguigno delle gote e dagli aspri contrasti delle vesti che accostano azzurri intensi, gialli e rossi. A questi contrasti cromatrici corrispondono le espressioni concitate dei personaggi.
Anche nell’abside destra l’affresco è diviso in due fasce sovrapposte: in quella superiore vi è raffigurata la Vergine col Bambino fiancheggiata da due angeli ai quali si aggiungono, nella fascia inferiore, sei santi.
Le figure di Santi, dipinte nei pennacchi delle navate laterali, sono successive all’XI secolo. Tale ipotesi potrebbe essere confermata dal confronto con i Profeti dipinti nei pennacchi della navata centrale. Risulta, infatti, evidente dal confronto non solo la posizione statica, ma anche la maggiore imponenza di queste figure, che presentano caratteristiche affini agli affreschi che ornano le lunette del portico, la cui realizzazione è datata dagli studiosi tra il XII ed il XIII secolo.

[1] (a sinistra: la Sibilla Persica o Eritrea; Davide, Salomone, Crocifisso (perduto), Osea, Sofonia, Daniele, Amos e un altro profeta perduto; a destra: Isaia, Ezechiele, Geremia, Michea, Balaam, Malachia, Zaccaria, Mosè, Abdia)

5 commenti:

  1. Grazie per aver creato questa "recensione" della chiesa, accuarata e precisa. Mi è servita per un tema, faccio seconda superiore artistico se ti interessa sapere che qualche giovane ha la scintilla della cultura ;)

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  2. questo è bellissimo mi piacerbbe che collaborassi con me
    massimo capuozzo

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  3. Ho letto (in italiano) il libro interessante di Paolo Rumiz "Annibale, un viaggio" e ho apprezzato molto di trovare il vostro sito per ottenere notizie e foto sulla chiesa di Sant’Angelo in Formis che lo scrittore ammirava ma che, sfortunatamente, non ho visitato quando sono andadato nella Puglia e la Campania.

    Grazie mille per il vostro aiuto.

    Cordiali saluti.

    Claudio (dalla Francia)

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