lunedì 6 agosto 2018

Raffaello e la Trasfigurazione di Cristo di Massimo Capuozzo


Alla felice memoria della
Professoressa Dina Tumminello,
maestra sensibile e dotta,
dalla quale non ho mai perduto
i contatti in questa vita terrena.
In nessuna seduta di studio
della Storia dell’Arte la mia mente
non è corsa e non corre a lei
oggi che dorme il sonno sereno
dei giusti.

La Trasfigurazione di Raffaello, oggi conservata nella Pinacoteca vaticana, è una pala d’altare dipinta a tempera grassa su tavola di 410 centimetri per 279, databile fra il 1518 e il 1520.
Questa pala è l’ultima opera realizzata da Raffaello che la stava ancora completando, quando il 6 aprile 1520 morì improvvisamente a 37 anni: ultima opera di una stagione di eccezionale fervore creativo, essa è dominata da una complessa elaborazione formale e da una straordinaria vivacità esecutiva.
La Trasfigurazione era stata commissionata a Raffaello fra la fine del 1516 e l’inizio del 1517 per la Cattedrale di San Giusto a Narbonne, città di cui il cardinale Giulio de’ Medici, futuro Papa Clemente VII, era diventato arcivescovo nel 1515. Contestualmente lo stesso cardinale de’ Medici commissionò per la stessa cattedrale la “Resurrezione di Lazzaro”, oggi alla “National Gallery” di Londra: dopo aver provato ad affidarla a Michelangelo, che però non voleva saperne di tornare alla “femminea” pittura, ne affidò l’incarico a “Sebastiano del Piombo”, grande amico di Michelangelo. Giulio de’ Medici in questo modo rimetteva in competizione Raffaello e Michelangelo, che già si erano confrontanti nelle “Stanze” e nella “Sistina”.
Nell’ottobre 1518, Sebastiano del Piombo – cui Michelangelo aveva fornito i disegni almeno per la figura di Lazzaro – aveva già finito la sua opera, mentre Raffaello, non aveva cominciato ancora a dipingere. Aveva solo fatto degli schizzi e un disegno mostra che, almeno inizialmente, pensava ad una composizione iconograficamente tradizionale. Ma quando vide il quadro del rivale finì per fare tutt’altro dipingendo quella pala che continua, dopo cinque secoli, a lasciare strabiliati quando la si guarda nella Pinacoteca vaticana.
Vasari racconta che, quando nel 1520 Raffaello morì, la Trasfigurazione fu collocata come testata dietro il capo del pittore disteso sul letto di morte, per offrirla all’ammirazione dei tantissimi romani che andarono a porgere l’ultimo saluto al divino Raffaello.
Tutti videro che il quadro era rimasto incompiuto, ma nessun allievo osò mai completarlo[1]: la morte improvvisa del Maestro aveva trasformato la Trasfigurazione in una sorta di intoccabile reliquia[2].
Le fonti letterarie del dipinto sono i tre Vangeli sinottici e raccontano che Gesù, accompagnato da Pietro, Giacomo e Giovanni, si recò sul monte Tabor. Qui i tre apostoli furono presi da un sonno improvviso e, al risveglio, videro Gesù che,  trasfigurato nella luce, si librava nel cielo accompagnato dai profeti Mosè ed Elia a colloquio con Gesù. E fin qui Raffaello interpreta il racconto evangelico di Marco, Matteo e Luca.
Nel registro inferiore, Matteo ispira la scena con un episodio dall’inizio tenebroso: una schiera di gente conduce un ragazzo indemoniato ai nove apostoli che erano rimasti ai piedi del monte e che non avevano preso parte alla Trasfigurazione, ma nessuno di loro riuscì a guarirlo. Solo Gesù – dice il Vangelo – disceso dal monte, guarì l’indemoniato.
Luca pospone l’episodio al giorno dopo, ma Marco e Matteo lo collocano all’immediata discesa dal monte: nessuno dei due evangelisti però congiunge saldamente i due episodi tra loro come fa Raffaello.
Da qui è nato l’enigma iconografico: generazioni di appassionati e di studiosi si sono succeduti nello studio di questa opera d'arte, cercando di capire questo accostamento, apparentemente senza spiegazione e senza un nesso preciso che lega la parte superiore del dipinto a quella inferiore. Tra l’altro ai tempi di Raffaello, l’arbitrio e la libertà di un artista nella composizione di un soggetto sacro era assolutamente inammissibile.
Secondo la spiegazione tradizionale, Raffaello, per dare maggior complessità e ricchezza al suo dipinto, avrebbe deciso di trattare tutta la vicenda, topograficamente legata al monte Tabor, inserendo nell’episodio della Trasfigurazione anche quello successivo della Presentazione dell’ossesso. Si badi: presentazione non guarigione dell’ossesso.
In realtà, sul piano prettamente iconografico, la cosa non era molto accettabile, e, in effetti, i due episodi nel dipinto di Raffaello sembrano rimanere visivamente separati tra loro, come se fossero due quadri collocati uno sull’altro.
Un disegno preliminare se non autografo di Raffaello, ma certamente di ambito raffaellesco e oggi conservato al British Museum, riproduce quasi certamente l’idea originaria, iconograficamente più tradizionale, con i tre apostoli che occupano la parte bassa del disegno e l’assenza della scena dell’indemoniato. Nella versione finale invece in basso c’è l’episodio dell’ossesso, mentre i tre apostoli che assistono alla Trasfigurazione sono più in alto, nella metà riservata a Cristo che appare nella sua luce.
La pala invece accosta originalissimamente per la prima volta due episodi, tratti dal Vangelo e raccontati in successione temporale. In alto c’è la Trasfigurazione di Gesù tra i profeti Mosè ed Elia; in basso, in primo piano, l’incontro degli Apostoli con il ragazzo indemoniato che sarà guarito miracolosamente solo da Gesù al suo ritorno dal Tabor.
Tutta la scena della Trasfigurazione, cioè la trasformazione di Gesù in natura totalmente divina circondato da un intenso alone di luce avviene in una sorta di “sospensione” divina ed  è contenuta in una piramide luminosa che occupa solo la parte superiore del dipinto. La scena è ambientata su una collinetta, il monte Tabor, raffigurato come un rilievo dalla cima piatta dove Gesù appare trasfigurato, rivelando la sua natura divina alla presenza di Pietro, Giacomo e Giovanni.
La scena mostra una forte cadenza luminosa, suggerita dalla raffigurazione di una nube biancastra: prima di tutto c’è la luce, in alto, quella luce che attira lo sguardo dello spettatore, la luce che illumina Cristo, “lumen de lumine”, che si libra nell’aria con le due figure che gli stanno accanto. Gesù indossa delle vesti bianche, che hanno la trasparenza e la bellezza della luce stessa, infatti, la sua figura si staglia, bianco su bianco, nella nube luminosa, che abbaglia i presenti. Cristo è sfolgorante come nel testo evangelico di San Matteo "il suo volto risplendette come il sole, le sue vesti divennero bianche come la luce" e come nelle parole di Vasari «vestito di colore di neve, pare che aprendo le braccia et alzando la testa, mostri la essenza e la deità di tutt’e tre le Persone unitamente ristrette nella perfezzione [sic] dell’arte».
Inquadrato frontalmente e con la mano alzata, Cristo, al centro di tutta la struttura compositiva, si eleva dal monte con un’espressione ineffabile e, ad un tempo, dolce e maestosa: con le braccia aperte, la cui disposizione imita e preannuncia la croce, ma anche la resurrezione, grazie al movimento ascensionale acquisito dalla figura. L’artista, infatti, evoca contemporaneamente la morte del Salvatore, nella posa cruciforme assunta da Gesù, e la sua vita immortale, rivelata dalla trasfigurazione. Il Cristo trasfigurato diventa dunque una prolessi del Cristo morto, risorto ed ascendente al cielo.
Il movimento di Cristo che si libra in volo sollevando le braccia – estrema sintesi raffaellesca dell’energia michelangiolesca – era già stato sperimentato in figure minori di affreschi o in opere come la “Visione di Ezechiele”, databile al 1518 circa e conservato nella “Galleria Palatina” di Firenze, ma qui, nella Trasfigurazione acquista una vitalità e un’eloquenza del tutto nuova, dando il via a reazioni a catena che ravvivano tutta la pala. L’atmosfera, che il pittore ha reso con eleganza di tocco e abilità tecnica straordinarie, raffigura un brano di vita ultraterrena. Gesù che si innalza tra le nuvole, al centro di un disco ideale accennato dai corpi dei profeti e degli apostoli è affiancato dalle immancabili sovrannaturali presenze di Mosè e di Elia che si sono materializzati ai lati di Gesù e conversano con lui della sua imminente passione e morte: mentre a sinistra, Mosè si libra in aria reggendo le tavole della Legge, a destra, Elia tiene in mano i libri delle profezie. Essi riassumono la vicenda della venuta di Gesù sulla terra l’uno per completare la Legge e l’altro per l’avverarsi delle profezie dell’Antico Testamento. I loro corpi levandosi nel cielo, suggeriscono il moto ascensionale della resurrezione, del tutto nuovo rispetto alla staticità dell’iconografia tradizionale.
La nube luminosa che circonda Cristo è talmente splendente e densa di luce che sembra emanare un vento così forte che agita le vesti dei profeti e dei tre apostoli, testimoni privilegiati dell’evento. I Vangeli di Matteo e Marco recitano “una voce dalla nube disse di ascoltare Cristo perché era suo Figlio. I discepoli caddero, dunque, a terra impauriti”. Raffaello, infatti, li ritrae prostrati sulla spianata del Tabor come se, folgorati dalla splendente visione, dovessero proteggersi dall’irradiazione dell’abbagliante epifania divina di Gesù quasi per cercare riparo.
Tra loro solo Pietro, non a caso solo lui, osserva la scena della Trasfigurazione.
La nube luminosa, simbolo di Dio, è rappresentata di solito come una successione di cerchi concentrici, alcuni luminosi, altri di un blu profondo, arricchiti di raggi e stelle d’oro. Raffaello invece usa degli impasti cromatici di bianco che prevedevano l'uso di polvere "del più bianco marmo che si trovasse" con calcina di travertino bianco e di blu di polvere di lapislazzulo che conferisce ad una nube, naturalisticamente concepita, un candore trasparente come un cielo nelle notti d’oriente o come un’acqua profonda.
La nube è il segno rivelatore di una presenza, quella dello Spirito Santo nel suo duplice ruolo di adombrare e illuminare, di rinfrescare e di scaldare, di accogliere e di diffondere doni. Il suo colore è il blu profondo o il bianco, l’oro o il rosso incandescente come in Tiziano: i colori della pienezza della beatitudine di un luogo d’arrivo. Di una meta raggiunta.
Sulla sinistra vi è una presenza piuttosto insolita. Due figure pregano inginocchiate e si uniscono all’adorazione di Gesù: secondo alcuni si tratterebbe dei SS. Giusto e Pastore, patroni di Narbonne a cui è dedicata la cattedrale che doveva alloggiare la pala. Secondo altri, invece, si tratterebbe dei SS. Felicissimo e Agapi, la cui festa si celebrava il 6 agosto, giorno anche della solennità della Trasfigurazione: si tratterebbe in tal caso di un inserto legato a un significato liturgico. Difficile poter stabilire di chi si tratti. Quello che più conta è che i due santi – come già come già era accaduto con il patrono di Ravenna nel mosaico paleocristiano del catino absidale di Sant’Apollinare in Classe – simboleggiano l’intera Chiesa che assiste alla Trasfigurazione, la manifestazione della presenza di Dio nel suo Figlio incarnato, inginocchiati a contemplare il Cristo. Il tutto è sublime, eppure, nonostante i rimandi michelangioleschi nella figura di Cristo e nell’energia del vento impetuoso che sembra provenire da quelle nubi e schiacciare gli apostoli, tutto è squisitamente raffaellesco.
Nel registro inferiore, la scena è ambientata ai piedi del monte. Le pareti della montagna sono in ombra e la loro oscura mole costituisce lo sfondo della rappresentazione di un episodio di terrena umanità. Lì sono rimasti i nove apostoli e lì incontrano il ragazzo indemoniato con i familiari.
Il giovane ossesso è presentato agli apostoli, affinché essi lo liberino del suo male, ma, in assenza del Maestro, i discepoli non possono fare nulla. Il ragazzo rotea innaturalmente gli occhi, mentre i parenti e gli apostoli si agitano nella speranza di ottenere un miracolo. Il padre del ragazzo sostiene sollecitamente il figlio. Nello sguardo del padre, nell’espressione del viso e nella forma degli occhi è ravvisabile la mano di Giulio Romano. È una scena affollata, animata, agitata, quella con cui Raffaello forzato l’iconografia tradizionale della Trasfigurazione.
Raffaello rappresenta dialetticamente l’episodio, raffigurando a sinistra gli apostoli e a destra la famiglia dell’indemoniato: i due gruppi sembrano fronteggiarsi apertamente. Le posture dei personaggi appaiono già manieriste: sui volti dei familiari e degli apostoli si legge il dramma del momento: l’impotenza di fronte al male. La drammaticità è espressa con un’intensità che già prelude al Barocco come il realismo con cui è ritratto l’epilettico: gli occhi rivoltati e il corpo teso in uno spasimo, sembra barocco.
In questa seconda scena del dipinto, Raffaello, oltre a riassumere la cultura visiva del suo tempo, già prefigura gli sviluppi dell’arte successiva. Prima tra tutte ed esempio che diventerà canonico nell’arte manierista è la figura serpentinata della donna inginocchiata con le membra in direzioni contrapposte.
Questa figura femminile vista di spalle, originariamente doveva essere la madre dell’indemoniato, ma successivamente Raffaello ebbe un ripensamento e preferì sostituirla con Maria Maddalena in considerazione del fatto che le sue reliquie erano conservate nella cattedrale di Narbonne. In lei raffigurò l’allegoria della Fede, che nel rosa freddo della sua veste è l’unica che risplende pienamente della luce di Cristo.
Tutta la scena si incardina su questa donna bella e statuaria, inginocchiata in primo piano, «la quale – secondo Vasari – è principale figura di quella tavola». Ha il coraggio e l’aspetto fiero e nobile di chi chiede per ottenere. È lei che mette in relazione il gruppo degli apostoli e quello del padre e dei parenti dell’indemoniato e, inginocchiata in modo solenne indica agli apostoli l’arrivo di un’ennesima crisi: l’ossesso, con gli occhi strabuzzati e circondato dai parenti, sarà miracolosamente guarito solo da Gesù al ritorno dal Monte Tabor dopo la Trasfigurazione.
Il paesaggio serotino che si vede sulla destra, è una rara e interessante notazione che chiarisce l’ora del giorno ed evidenzia il candore abbacinante di Gesù che brilla di luce propria.
La scena convulsa, ma ben collegata, è avvolta nell’oscurità, illuminata da una luce diversa, quella della luna riflessa in una pozzanghera, nell’angolo inferiore destro del dipinto. È una luce fredda, brutale e tagliente, alternata a ombre profonde in un chiaroscuro drammatico quasi caravaggesco, una luce che rivela un concitato protendersi di braccia e di mani, con il fulcro visivo spostato sulla figura dell’ossesso, bilanciato però dai numerosi rimandi gestuali verso la miracolosa apparizione superiore.
Questa luce evidenzia, figure di una solidità scultorea, definite con un vigore nuovo in Raffaello. I volti sono molto caratterizzati e legati a moti di stupore, sbalordimento e sbigottimento sull’esempio di come Leonardo da Vinci aveva fatto nell’Adorazione dei Magi.
L’intreccio serrato dei gesti e degli sguardi mostra l’impossibilità degli apostoli di compiere il miracolo: il demonio è troppo forte e non obbedisce a loro. I loro gesti rivelano la loro impotenza e rinviano a un’autorità superiore, Gesù Dio che al momento è assente.
È un intreccio che crea un effetto dinamico e vivace all’intera opera, proponendo una varietà di stati d’animo in una climax. Giacomo è creduto erroneamente il Salvatore dalla folla, per cui protende il braccio sinistro verso Cristo, ad indicare il vero Salvatore. Dal canto suo, l’apostolo seduto in primo piano con le Sacre Scritture invita a riflettere su chi sia veramente il Salvatore. La tensione in verticale delle braccia e il volto stralunato del ragazzo, esprimono lo stravolgimento che Satana opera nell’ordine della creazione: stabilisce un rapporto diretto tra l’alto e il basso, tra il cielo e la terra, tra Colui che libera e colui che incatena. Chi libera è il Cristo la cui umanità sul Tabor arretra per un istante scoprendone la divinità.
Particolarmente spettacolari sono sia l’uso della luce, che proviene da fonti diverse e con diverse progressioni, e l’estremo dinamismo, che nasce dal contrasto anche cromatico tra le due scene. Due composizioni circolari, una in alto parallela al piano dell’osservatore e una in basso scorciata nell’emiciclo di personaggi. Diversi sono anche i colori: già vivaci e difficili da combinare con successo, come quelli che appariranno nelle tavolozze manieriste.
Ma che cosa spinse Raffaello a cambiare così radicalmente la sua idea iniziale che si poggiava su un’iconografia tradizionale della Trafigurazione?[3]
Fin dal Settecento, la critica ha spesso discusso sulle due parti del dipinto, attribuendo talora a Raffaello la luminosa parte superiore e ai suoi discepoli l’oscura parte inferiore, evidenziando il più della volte il problema dell’unità tra le due parti del dipinto: unità stilistica ed unità di racconto.
Secondo la spiegazione tradizionale, Raffaello avrebbe scelto di forzare l’iconografia tipica della Trasfigurazione, inserendovi anche l’episodio dell’ossesso, per meglio competere con il dipinto di Sebastiano del Piombo. Ma questa discussione ha finito per far equivocare il significato stesso del registro inferiore: in realtà non si tratterebbe di momenti successivi, ma contemporanei.
E qui sta l’equivoco: la scena non rappresenta la guarigione dell’ossesso come si è sempre voluto credere nonostante l’evidenza, ma il precedente ed inutile tentativo di guarirlo, messo in atto dagli apostoli che erano rimasti a valle mentre Gesù era salito sul monte Tabor. È una consecutio temporum tutta basata sulla contemporaneità dei due eventi e nello stesso tempo carica di simboli e di significati. L’ossesso simboleggia l’umanità nella sua assenza di luce, a dimostrazione di come l’umanità sembri inadatta di per sé ad accogliere la luce divina. Dio e l’uomo sembrano – al di fuori di Cristo – incapaci di toccarsi, tanto è luminoso ed inesprimibile l’uno quanto tenebroso e concreto l’altro. Per questo la luce del Cristo trasfigurato è ancor più esaltata.
Raffaello ha volutamente distinto i due spazi narrativi dell’opera, ma il tempo è lo stesso: eppure, mentre la Trasfigurazione avviene in un clima etereo, calmo, governato dalla simmetria, avvolto da un’intensa luminosità che mira ad esaltare la superiore e astrattamente divina coerenza delle leggi lineari, plastiche e cromatiche, alle pendici del monte invece la scena è terrena, agitata, spasmodica, aritmicamente affannata e oscura. Le figure si affollano intorno all’ossesso che gli apostoli non riescono a liberare.
Tutto ciò però non compromette l’armonia dell’insieme, anzi ne fa "un assoluto capolavoro di movimento e organizzazione delle masse, in cui figure singole e gruppi di eccellente fattura si combinano con grandi moltitudini in un mobile insieme di grande vitalità[4].
L’originalità e l’unità dell’opera sta tutta nella tensione che si crea per la compresenza delle due parti: due poli, l’alto ed il basso, il Cristo luminoso e la zona in ombra dell’ossesso. I due poli sono logicamente e iconologicamente connessi: tra la trasfigurazione di Gesù e la futura guarigione dell’ossesso vi è un padre che ama e sorregge un figlio.
La storica dell’arte Stefania Pasti [5] ha ultimamente proposto una particolare interpretazione. Leggendo un trattato teologico della fine del Quattrocento, l’Apocalypsis Nova, attribuito ad Amadeo Mendez da Silva [6] – un testo oggi quasi del tutto sconosciuto, ma un best seller ai tempi di Raffaello – la studiosa si è imbattuta in alcune pagine che contengono quasi certamente la chiave per sciogliere definitivamente l’enigma iconografico del dipinto di Raffaello.
Fra i tanti argomenti teologici affrontati dal testo, la Pasti ha verificato che al tema della Trasfigurazione e della Liberazione del giovane ossesso non solo sono riservati ampi commenti pieni di riferimenti profetico-apocalittici, ma che i due episodi sono anche collegati e spiegati in successione.
Nell’Apocalypsis Nova, la Trasfigurazione è identificata con il ritorno di Gesù il giorno del Giudizio Universale. Il Gesù della Trasfigurazione è il Signore che, quando appaiono Elia e Mosè, si manifesta come il Cristo, re e giudice assoluto della fine dei tempi, Signore della vita e della morte. È Colui che – dopo il terribile scontro in cui il demonio sarà definitivamente annientato – tutte le genti vedranno il Signore giungere luminoso nella sua potenza e nella sua gloria, così come gli Apostoli lo vedono trasfigurato sul Monte Tabor.
Appena finito il commento sulla Trasfigurazione, senza alcuna interruzione, l’Apocalypsis Nova passa subito a parlare della Liberazione del fanciullo posseduto, introdotto da un lungo discorso di Gesù stesso, di cui però non si hanno tracce nei Vangeli: l’autore spiega che cosa siano i demoni e la possessione diabolica e alla fine si leggono i dettagli della guarigione del ragazzo. Infine il testo spiega perché Gesù ha potuto fare quello che non sono riusciti a fare gli Apostoli: Gesù dichiara che gli Apostoli non hanno potuto guarire il fanciullo perché Lui non lo ha voluto. Gesù vuole dimostrare che il potere di sconfiggere Satana viene solo da Dio e che solo alla luce divina compete dissolvere le tenebre.
Ora, tenendo conto del fatto che il committente della Trasfigurazione era il cardinale Giulio de’ Medici e che il dipinto era destinato alla Cattedrale di Narbonne di cui Giulio de’ Medici era stato nominato arcivescovo e che dunque il quadro doveva giungere in Francia, si comprende il preciso messaggio politico, diretto ai francesi che ritenevano il potere del Papa inferiore a quello del Concilio.
La superiorità del potere del papa e viceversa quella del concilio era una delle questioni più dibattute nella Roma di quegli anni e gran parte del pontificato di Leone X de’ Medici fu dedicato a sradicare l’idea che un concilio potesse prevalere sulla volontà del pontefice. Pertanto secondo la Pasti, il 15 febbraio 1515 il cardinale Giulio de’ Medici era stato nominato vescovo di Narbonne con un obiettivo specifico sebbene la stessa diocesi fosse già occupata da Guillaume Briçonnet il Giovane (1445 –1514), esponente di una famiglia legata ai re di Francia e ostinatamente avversa ai Medici e al papato: durante il pontificato Giulio II della Rovere, il cardinale Briçonnet aveva tentato di far deporre il papa durante il conciliabolo di Pisa del 1510.
Occorreva dunque un quadro che contenesse un preciso messaggio a quella parte di francesi conciliaristi e ribelli: solo Cristo, ossia il papa suo vicario in terra e non il concilio, ossia il adunanza degli Apostoli che si rivelano impotenti davanti all’indemoniato, poteva esercitare il potere di sconfiggere il demonio e di guidare la Chiesa sulla via della salvezza. E Raffaello, alla luce del passo dell’Apocalypsis Nova, cercò di spiegare in dipinto questo concetto.
Giorgio Vasari ricordò quest’opera come "la più celebrata, la più bella e la più divina" dell’artista.
Già nel 1520 l’opera si era diffusa per mezzo della pubblicazione di un’incisione, ma tale doveva essere l’interesse del pubblico, che furono prodotte stampe tratte da un disegno preparatorio, oggi conservato al Museo dell’Albertina di Vienna, in cui tutte le figure apparivano nude.
Il dipinto si presenta come il testamento spirituale di Raffaello ed è per molti versi straordinario: innanzitutto per il carattere spiccatamente teatrale e drammatico dell’opera che fu all’origine della sua eccezionale fortuna durante tutto il Cinquecento e il Seicento e, in secondo luogo, per il soggetto realizzato in modo tale per la tecnica pittorica utilizzata da Raffaello che si può affermare che abbia dato inizio a una nuova stagione pittorica che, attraverso il Manierismo, sfocerà nel Barocco.
Quello della Trasfigurazione è un modo nuovo di raccontare gli episodi biblici in cui il movimento a volte vorticoso si coniuga con la classicità delle figure, come l’espressione dei volti dai tratti realistici si unisce a una tavolozza cromatica affascinante.
Raffaello ha voluto rileggere la tradizione cristiana alla luce della cultura rinascimentale, ma senza brusche fratture paganeggianti, piuttosto con quella serena armonia che esprime la luce divina proveniente dall’umanità del Redentore: un vero testamento artistico e spirituale che Raffaello dona ad ogni uomo capace di vedere nell’arte una breccia aperta sul Divino.
Massimo Capuozzo


[1] Sul grado di finitezza dell’opera alla morte del Maestro e sull’entità dell’intervento degli allievi le fonti antiche si contraddicono. Giorgio Vasari scrisse che essa era stata oggetto di lavoro fino agli ultimi giorni di vita, “Di sua mano, continuamente lavorando, (la) ridusse ad ultima perfezzione”, e anche Sebastiano del Piombo, rammaricandosi per la scomparsa del collega in una lettera a Michelangelo datata 12 aprile 1520, sei giorni dopo la morte di Raffaello, non parlò dell’opera come incompleta e comunicava a Michelangelo: «Ho portato la mia tavola un’altra volta a Palazo con quella che ha facto Raffaello et non ho avuto vergogna». La lettera peraltro attesta il confronto pittorico a distanza che esisteva fra Raffaello e Michelangelo che sosteneva Sebastiano del Piombo. Secondo qualche fonte, invece, il dipinto sarebbe stato completato poi nella parte inferiore da Giulio Pippi, detto Giulio Romano (1499 – 1546) entro il 1522 o da altri allievi del maestro.
La critica moderna ha confermato tuttavia il racconto di Vasari ed ha confutato ciò che alcuni critici avevano ipotizzato, difformemente alla versione di Vasari, cioè che la parte inferiore del dipinto fosse stata realizzata, dopo la sua morte.
Sull’intervento di Giulio Romano si sono stati studiati vari indizi, come la richiesta di pagamento che il 7 maggio 1522 l’erede di Raffaello rivolgeva al cardinale tramite l’intermediazione di Baldassarre Castiglione e la notizia di un debito nell’archivio di Santa Maria Novella di 220 ducati verso l’artista "per conto della tavola d’altare dipinta da maestro R. d’Urbino". Ma J. Vogel, chiudendo la questione e riaffermando così la veridicità della versione di Vasari, ha fatto giustamente notare che i soldi giunsero a Giulio Romano in qualità di erede di Raffaello e non di suo collaboratore, come è espressamente dichiarato nei due documenti. Per quanto riguarda poi la differenza anche di modi pittorici tra le due scene rappresentate che ha contribuito a far sospettare che fossero stati altri, e in particolare Giulio Romano a completare il quadro in quel modo, grazie ad un’accurata ripulitura dell’opera, compiuta negli anni Settanta del XX secolo, sappiamo che le cose non stanno così. Ci sono stati certamente degli aiuti della bottega, probabilmente quando il Maestro era ancora vivo, ma solo in alcune figure dello sfondo. Pochissimi, e limitati all’angolo inferiore sinistro del dipinto, sono anche gli interventi che potrebbero essere posteriori alla sua morte. Insomma, la Trasfigurazione è da attribuire completamente alla mano di Raffaello. Con questo non si vuole escludere la presenza di aiuti, abbastanza evidente nella parte bassa dell’opera, aiuti che però dovettero essere impiegati forse via via nella stesura.
[2] Sul grado di finitezza dell’opera alla morte del Maestro e sull’entità dell’intervento degli allievi le fonti antiche si contraddicono. Giorgio Vasari scrisse che essa era stata oggetto di lavoro fino agli ultimi giorni di vita, “Di sua mano, continuamente lavorando, (la) ridusse ad ultima perfezzione”, e anche Sebastiano del Piombo, rammaricandosi per la scomparsa del collega in una lettera a Michelangelo datata 12 aprile 1520, sei giorni dopo la morte di Raffaello, non parlò dell’opera come incompleta e comunicava a Michelangelo: «Ho portato la mia tavola un’altra volta a Palazo con quella che ha facto Raffaello et non ho avuto vergogna». La lettera peraltro attesta il confronto pittorico a distanza che esisteva fra Raffaello e Michelangelo che sosteneva Sebastiano del Piombo. Secondo qualche fonte, invece, il dipinto sarebbe stato completato poi nella parte inferiore da Giulio Pippi, detto Giulio Romano (1499 – 1546) entro il 1522 o da altri allievi del maestro.
La critica moderna ha confermato tuttavia il racconto di Vasari ed ha confutato ciò che alcuni critici avevano ipotizzato, difformemente alla versione di Vasari, cioè che la parte inferiore del dipinto fosse stata realizzata, dopo la sua morte.
Sull’intervento di Giulio Romano si sono stati studiati vari indizi, come la richiesta di pagamento che il 7 maggio 1522 l’erede di Raffaello rivolgeva al cardinale tramite l’intermediazione di Baldassarre Castiglione e la notizia di un debito nell’archivio di Santa Maria Novella di 220 ducati verso l’artista "per conto della tavola d’altare dipinta da maestro R. d’Urbino". Ma J. Vogel, chiudendo la questione e riaffermando così la veridicità della versione di Vasari, ha fatto giustamente notare che i soldi giunsero a Giulio Romano in qualità di erede di Raffaello e non di suo collaboratore, come è espressamente dichiarato nei due documenti. Per quanto riguarda poi la differenza anche di modi pittorici tra le due scene rappresentate che ha contribuito a far sospettare che fossero stati altri, e in particolare Giulio Romano a completare il quadro in quel modo, grazie ad un’accurata ripulitura dell’opera, compiuta negli anni Settanta del XX secolo, sappiamo che le cose non stanno così. Ci sono stati certamente degli aiuti della bottega, probabilmente quando il Maestro era ancora vivo, ma solo in alcune figure dello sfondo. Pochissimi, e limitati all’angolo inferiore sinistro del dipinto, sono anche gli interventi che potrebbero essere posteriori alla sua morte. Insomma, la Trasfigurazione è da attribuire completamente alla mano di Raffaello. Con questo non si vuole escludere la presenza di aiuti, abbastanza evidente nella parte bassa dell’opera, aiuti che però dovettero essere impiegati forse via via nella stesura.
[3] Una lettera di Leonardo Sellaio, agente a Roma del banchiere Pierfrancesco Borgherini, indirizzata a Michelangelo e datata 19 gennaio 1517 accenna alla doppia commissione, ricordando il disappunto di Raffaello per essere finito in quella sorta di competizione: «Ora mi pare che Raffaello metta soto sopra el mondo, perché lui [il Piombo] non la faca [faccia], per non venire a’paraghonj».
La circostanza della doppia commissione fu particolarmente rilevante: Raffaello, infatti, consapevole dei rapporti stretti fra Sebastiano Del Piombo e Michelangelo e dell’aiuto che quest’ultimo avrebbe sicuramente dato a Sebastiano, si rendeva conto che doveva sostenere, anche se indirettamente il confronto con il grande maestro fiorentino, dimostrando di non essergli da meno.
Tuttavia, il soggetto che gli era stato commissionato non gli consentiva di elaborare un’immagine di grande struttura e complessità: pochi personaggi e scarsa drammaticità. Sebastiano del Piombo aveva invece a disposizione un soggetto, quello della Resurrezione di Lazzaro, che gli avrebbe consentito di rappresentare molti personaggi, in una composizione ricca e dai notevoli toni drammatici.
[4] De Vecchi Cerchiari: Arte nel tempo
[5]  La Trasfigurazione di Raffaello: considerazioni critiche sulla sua genesi e sulle sue fonti teologiche e figurative,  in  Raffaello pittore del segno e del colore, a cura di Claudio Strinati Roma 2014 pp 66-113
[6] Amadeo da Silva, o Amedeo di Portogallo, al secolo João Mendes de Silva (1420 - 1482), è stato un religioso portoghese che divenne prima monaco, poi frate dell'Ordine francescano. In seguito divenne un riformatore di quell'ordine, fondando un ramo distinto dei Frati Minori che presero il nome di Amadeiti.
Nel Ducato di Milano ebbe fama di guaritore e di visionario, tanto che venne coinvolto in missioni delicate e segrete presso vari potenti dal duca Francesco Sforza. Nel 1459 ottenne gli ordini sacerdotali e l'anno successivo ottenne il convento di Bressanoro da Bianca Maria Visconti. Negli anni successivi si adoperò per una riforma dell'ordine francescano, malvisto da alcuni contemporanei.
A seguito dei contrasti insorgenti in Lombardia tra gli osservanti di Milano e i frati di taluni conventi nella Repubblica di Venezia, fu trasferito nel 1472 a Roma, dove gli fu concesso il monastero di san Pietro in Montorio.
Morì a Milano nel 1482 lasciando una congregazione assai agguerrita, che cercò di consolidare la propria autonomia nell’Ordine dei frati minori, denominandosi «Amadeitae» in ricordo di Amedeo, che essi, senza riuscirvi, avrebbero voluto santificato.

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